Il Potere del Cane (2021) – recensione

The Power of the Dog, New Zealand/UK/Canada/Australia, 2021. Scritto e diretto da J. Campion (dal romanzo di T. Savage). Con Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst, Jesse Plemons, Kodi Smit-McPhee. Musiche originali di J. Greenwood. Durata: 126′. Rated: R.

Libera l’anima mia dalla spada, il mio amore dal potere del cane

TRAMA

Montana, anni ‘20. I protagonisti sono due fratelli, Phil e George, estremamente diversi tra loro per carattere, attitudine alla vita ed emotività, tanto che la loro convivenza è piuttosto difficoltosa. George, il più sensibile ma a tratti naive, soffre I continui confronti con Phil, il cui unico piacere della vita sembra essere quello di dimostrare la sua posizione dominante e la sua capacità di fregarsene di tutto ciò che non sono il suo ranch ed il lavoro dei suoi uomini. Il percorso di George confluisce presto nella vita di coppia dopo l’incontro con Rose, una giovane vedova con un figlio adolescente, Peter: il loro arrivo rischia però di minare le certezze e gli stretti orizzonti di Phil…

 

Il Potere del Cane, J. Campion, 2021

RECENSIONE

Non è facile pensare di riassumere in breve un giudizio univoco su un film come questo. È forse più utile dedicarsi a vedere alcuni pregi ed alcuni difetti della pellicola e dei suoi 5 capitoli.

La progressiva lunghezza di questi capitoli, sbilanciata verso la fine, ed il contestuale cambio di prospettiva da una storia più corale ad uno sguardo più attento ad uno (o forse due) personaggi è piuttosto interessante. Questo tipo di virata aiuta a costruire quel climax che porta l’attenzione dello spettatore nella giusta direzione; allo stesso tempo, la divisione in capitoli, sottolineata da una contestualizzazione ambientale che diventa ridondante, rallenta però questa progressione, cosa che personalmente ho sempre sopportato poco – anche perché il rischio è quello di concentrarsi più nel capire cosa questa divisione in capitoli voglia portare alla storia rovinando la visione delle grandi provi attoriali che invece sono il fulcro di questo film.
I personaggi infatti sono costruiti con una complessità ed una cura dei dettagli a tratti davvero maniacale, così che nella prima metà del film diventa difficile distinguere I personaggi principali da quelli secondari. L’empatia creata da questa attitudine verso tutti, anche in questo caso, si rivela un’arma a doppio taglio, considerando che verso la fine lo sguardo si concentra su alcuni perdendo di vista gli altri. Inoltre, senza voler rivelare nulla, è doveroso tuttavia sottolineare quanto il finale sia rapido, quasi brusco considerando i ritmi lenti e la ‘fatica’ che la costruzione del climax ha richiesto allo spettatore fino a quel momento.

Cambiando la prospettiva ed entrando nel merito, la classe di Benedict Cumberbatch è, ancora una volta, chiara come la luce del sole. La sua inclinazione ad unica tipologia di personaggi è una scelta che gli ho sempre recriminato, considerando comunque il britannico uno dei talenti più puri della sua generazione. Ancora una volta, infatti, ma comunque in modo magistrale, il suo Phil è un uomo incompreso, restio al rapporto umano ma che nel corso della storia vede vacillare le proprie barriere a vantaggio di una visione meno egoistica e prefissata del mondo e delle persone che sono intorno a lui.
Il resto del cast sfodera prestazioni di livello altrettanto alto. Kirsten Dunst conferma – non solo a me credo – una certa propensione ad interpretazioni oltremodo drammatiche con tratti di depressione, mentre Jesse Plemons si discosta dagli ultimi personaggi interpretati, caricando la statura morale di George senza tuttavia perdere la consueta efficacia di co-protagonista. In effetti sono proprio alcuni momenti dell’interazione tra questi due attori che aiuta a distogliere lo sguardo dal soffermarsi eccessivamente su Cumberbatch.
A fronte di tutto ciò, non facile il ruolo di Kody Smit-McPhee. Nonostante la giovane età ma aiutato allo stesso dalle numerose esperienze già accumulate, il suo ritratto di Peter è estremamente introspettivo e si concentra in particolare sulla sua personalissima lotta interiore tra il desiderio di dimostrarsi uomo in grado di proteggere la propria famiglia e la ricerca dell’indipendenza dell’età adulta. In balia degli elementi intorno a sé, Smit coerentemente non accentua la propria espressività sottolineando con sguardi quasi apatici la difficoltà di Peter nella sua crescita emotiva. 

Sono abbastanza convinto che I momenti di ‘pausa’ della narrazione dovessero, nella mente della Campion, essere riempiti dalla musica, affidata per l’occasione a Johnny Greenwood – frontman dei Radiohead. Sew da un lato I momenti drammatici sono anche ben accompagnati, il lavoro musicale non spicca e non lascia il segno nei momenti in cui servirebbe – o dove l’alternativa del silenzio poteva forse essere contemplata. 


 “Il potere del cane” si appoggia inesorabilmente su grandi performance attoriali; la storia, che poteva essere altrettanto forte, viene purtroppo minata da un finale brusco e da una messa in scena troppo altalenante nel ritmo, aspetti che lasciano dispiaciuto, ancor prima che deluso, l’im-potente spettatore. 

Una replica a “Il Potere del Cane (2021) – recensione”

  1. […] Leggi la recensione in italiano Download the review in PDF […]

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a The Power of the Dog (2021) – review – Franklinmovie Cancella risposta