IL RITORNO DI MARY POPPINS (2018) – Recensione

Mary Poppins Returns, USA, 2018. Diretto da R. Marshall, scritto con D. Magee, J. DeLuca (dalle storie di P. L. Travers). Con Emily Blunt, Lin-Manuel Miranda, Ben Whishaw, Emily Mortimer, Colin Firth, Julie Walters, Meryl Streep, Dick Van Dyke, Angela Lansbury. Musiche originali di M. Shaiman. Durata: 130′. Rated: PG.

20 anni dopo la partenza di Mary Poppins dal numero 17 di viale dei Ciliegi, è Michael ad occuparsi della casa insieme alla storica governante Ellen ed alla sorella Jane; I bambini, questa volta, sono tre – i gemelli Anabel e John ed il piccolo Georgie – ma è la casa ad aver davvero bisogno di essere salvata dalla notifica di sfratto. Riusciranno le mirabolanti avventure e le istruttive canzoni di Mary Poppins a salvare la situazione?

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54 anni è un tempo enorme, uno dei pie lunghi mai intercorsi tra due film dello stesso universo narrativo. Il mondo è cambiato, è cambiato soprattutto il modo di fare film e le tecnologie al suo servizio, dunque non è scontato decidere come procedere nell’analisi di questo film. È ineluttabile, per molti versi, tenere il capolavoro del 1964 come riferimento… ma sarebbe anche corretto, o razionale? Secondo me, no.

La scelta è resa ancora più complessa dal regista Rob Marshall, un’icona del genere musical, che non riesce a resistere alla tentazione di lavorare in un clima di citazione continua che, insieme al lavoro del compositore Marc Shaiman costruisce qualcosa di nuovo ma con un retrogusto piuttosto strano tra il tributo e la malinconia.

Qualsiasi cosa tuttavia sia successa in questi venti (o cinquantaquattro) anni,  nulla è cambiato in viale dei Ciliegi: la ricostruzione scenografica di Londra è magnifica, cupa ma allo stesso tempo coloratissima ed al suo interno è bellissimo vedere come tutti i personaggi siano sempre a loro agio.
Gli oggetti, i costumi, il desiderio di voler tenere la storia principale in primo piano senza tuttavia appesantire le scene più divertenti e leggere riescono a far dimenticare, per un attimo, che è esistito un capolavoro come il film originale.

Sarebbe così assurdo (e ingiusto) paragonare Emily Blunt a Julie Andrews; l’atteggiamento è ben diverso – anche se l’apparenza, e in italiano anche la voce, sono ben riproposti – ma soprattutto è diverso l’approccio al personaggio. La Blunt sembra molto più partecipe alla storia, non a livello di azione scenica ma nel come interpreta, reagisce, parla. Riesce a farci capire l’intento della magica tata ogni volta che canta (molto bene) e sembra aver capito in profondità lo spirito di Mary Poppins. Semplicemente, tempi e situazioni sono troppo diversi da quelli vissuti da Julie Andrews per poter essere freddamente valutati.
Lin-Manuel Miranda  ha un compito leggermente più facile, visto che per quanto il ruolo nella storia sia pressoché identico Jack non è Bert; così come lui non è Dick Van Dyke, ma non si può paragonare due attori così diversi come capacità e come livello di maturità artistica. Miranda coglie a pieno lo spirito gioioso del personaggio e lo interpreta bene per quasi tutto il film: qualche scena sottotono è compensata da una magistrale interpretazione canora e rap in “L’Abito Non Fa Il Monaco” (nel doppiaggio italiano Giorgio Borghetti fa un lavoro immenso per tener fede all’originale).
L’altro personaggio che vale la pena di analizzare è il Michael Banks di Ben Whishaw: sfortunatamente la prova meno convincente del film. Il piccolo Michael è cresciuto, sicuramente, ma è uno dei pochi punti di connessione – molto espliciti tra l’altro – tra i due film ed è triste vedere come questo ruolo sia sulle spalle di un personaggio che ha meno spina dorsale dei suoi figli (già che ci siamo, buone ma non indimenticabili le interpretazioni dei piccoli Nathanael Saleh, Pixie Davies and Joel Dawson). George Banks (David Tomlinson nel film originale) aveva sicuramente torto negli atteggiamenti, tant’è che è lui il vero “salvato” da Mary Poppins, ma almeno aveva una personalità, cosa che a Michael Banks manca.

Sotto la lente d’ingrandimento, inevitabilmente, va anche e soprattutto la colonna sonora. Tranne forse la prima, ogni canzone è ricalcata da una del film originale ed il paragone, in questo caso, non può essere evitato. “Puoi Illuminare Il Mondo A Festa” è forse il migliore omaggio a “Tutti Insieme”, ma la canzone del personaggio di Meryl Streep, “Sopra-sotto”, è decisamente troppo lunga e fuori luogo rispetto al divertente (e veloce) passaggio di “Rido Da Morire”. A Marc Shaiman posso solo dire che il compito era talmente ingrato che già aver fatto bene nella maggior parte delle canzoni è, indubbiamente, un buon risultato. 

“Il Ritorno di Mary Poppins” sembra una facile mossa di marketing e va a toccare qualcosa che tantissimi bambini di ieri avrebbero preferito rimanesse intoccato e intoccabile ed è difficile non essere d’accordo. Eppure trovo che sia un buon esercizio, nonché doveroso nei confronti di entrambi i film, analizzare questo in modo quanto più oggettivo possibile: alla fine a me è piaciuto, ma sono felice di non essere d’accordo con una grande fetta di pubblico.

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