THE LEGEND OF TARZAN (2016) – Recensione

Human. Nature.

The Legend of Tarzan, UK/Canada/USA, 2016. Diretto da D. Yates, scritto da A. Cozad e C. Brewer (dalle storie di E. Rice Burroughs). Con Alexander Skasgård, Christoph Waltz, Samuel L. Jackson, Margot Robbie, Djimon Honsou. Musiche originali di R. Gregson-Williams. Durata: 110′. Rated: PG-13.

Tarzan è ormai tornato in società da qualche tempo; lui e Jane tornano però in Congo dove l’uomo-scimmia, ora con il nome di John Clayton, dovrebbe svolgere compiti diplomatici a servizio della corona inglese. I reali belgi, invece, hanno messo gli occhi sulle ricchezze africane e Leon, alleandosi con Mbonga, il capo di una tribù locale, ha in mente di uccidere l’ex ‘re della giungla’…

The legend of Tarzan (2016)

La prima e migliore reazione a questo film sarebbe: cosa diavolo…?
A parte gli scherzi, il trailer non lasciava presagire nulla di incoraggiante e questo tentativo di reboot della saga di Tarzan, con un sequel quantomai distante dalle storie originali, non può in alcun modo soddisfare le pur basse aspettative. Grossi problemi sorgono soprattutto dalle ricostruzioni digitali di animali, paesaggi e di moltissima dell’azione nelle scene clou, eccessive e soffocanti; senza contare poi che, se la storia a tratti potrebbe essere coinvolgente, il personaggio di Tarzan è troppo lontano dagli istinti animaleschi a cui ci avevano abituato altri film e allo stesso tempo troppo spento per essere un uomo ormai abituato alla società civile. Inoltre, decisamente evitabili le sequenze di combattimento Tarzan/animali, visto che non è quello il fulcro del film, e soprattutto quelle di racconto sugli inizi della storia dell’uomo-scimmia, la perdita dei genitori e l’adozione da parte delle scimmie… Non c’è nulla che sembri al suo posto, in questo film, la coerenza sembra dimenticata chissà dove.

Non si salva nemmeno il cast, il cui talento potrebbe essere meglio usato in qualsiasi altro film. Alexander Skarsgård, magari non ancora famosissimo, potrebbe avere l’aspetto giusto per questo ruolo e forse avrebbe potuto portare il personaggio oltre gli stereotipi se la storia gliene avesse dato l’opportunità; le uniche scene che invece risultano credibili sono quelle di combattimento ed azione. Margot Robbie è altrettanto calzante nei panni di Jane ed il suo personaggio è forse un po’ più riuscito, con la sensazione di forza interiore che va oltre l’aspetto fisico; nonostante questo, non c’è una vera e propria via d’uscita dalla pochezza del film nemmeno qui. Djimon Honsou è l’unico che riesce a portare qualcosa di suo al ‘suo’ Mbonga, anche grazie alla novità che il personaggio rappresenta, e tutto sommato in una carriera in costante ascesa un ruolo di questo tipo, leggero e affrontato con serenità, è più facile da apprezzare. La più grande delusione è quella che riguarda Christoph Waltz; le sue doti attoriali sono indubbie, qui vengono semplicemente (e sfortunatamente) nascoste, l’errore è stato quello di accettare questo ruolo ingrato. Merita ben di più che un blockbuster scadente, anche se diretto da un regista talentuoso (e ugualmente deludente) come David Yates.

Rupert Gregson-Williams prova a risvegliare lo spettatore annoiato con delle musiche abbastanza azzeccate, con misteriosi suoni tribali, ma se il prodotto visivo non è all’altezza è difficile che la colonna sonora compia miracoli. Potrebbe benissimo essere apprezzabile ascoltata ad occhi chiusi: probabile, ma non basta.

In breve: nulla giustifica un’operazione commerciale tanto scadente, un passo falso per l’intero cast e la produzione che ha voluto legarsi ad un prodotto che, a meno di imprevedibili miracoli, sapeva fin dall’inizio di insuccesso.

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