Unbroken, 2014Survival. Resilience. Redemption. (Sopravvivenza. Persistenza. Redenzione).
Unbroken, USA, 2014. Diretto da A. Jolie, scritto da J. & E. Coen, R. LaGravenese, W. Nicholson (dal libro di L. Hillenbrand). Con Jack O’Connell, Domnhall Gleeson, Miyavi. Musiche originali di A. Desplat. Durata: 137′. Rated: PG-13.
Stati Uniti, primo Dopoguerra. Louis Zamperini, figlio di una coppia di immigrati italiani, è un bambino modesto e senza ambizione; tuttavia, con l’aiuto del fratello maggiore, trova la sua strada, la corsa, e con molto sacrificio diventa un noto atleta, tanto da qualificarsi per le Olimpiadi di Berlino del 1936. I buoni risultati continuano, ma Louis è costretto ad arruolarsi allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, abbandonando il sogno olimpico. Durante una ricognizione aerea, il suo velivolo è costretto ad ammarare nel mezzo del Pacifico, dove lui e i due compagni sopravvissuti restano attaccati alla vita per tantissimi giorni. Il pilota Phil e Louis rimangono presto soli per la morte di stenti del terzo compagno e quando la salvezza finalmente giunge le cose peggiorano…

Una nuova esperienza dietro la macchina da presa per Angelina Jolie, al suo secondo lungometraggio, ed una nuova collaborazione, quella con i fratelli Coen, navigati sceneggiatori oltre che registi, qui in gruppo insieme ad altri due importanti colleghi scrittori, Richard LaGravenese e William Nicholson (rispettivamente noti per “I Ponti di Madison County” e “Il Gladiatore”, solo per citrate un paid di titoli).
Ebbene, tutti questi grandi artisti insieme non sembrano raggiungere il risultato sperato. La regia è estremamente scolastica, con un ottimo contributo fotografico ma con scelte di inquadrature e soprattutto di montaggio piuttosto povere e lente; a tutto ciò si aggiunge una storia piuttosto striminzita e ripetitiva: la prima parte, con una buona alternanza tra ‘presente’ e ‘passato’, si regge in piedi discretamente, con i buoni cambi di stile tra le parti militari e quelle (brevi e sottovalutate) sportive. Dopo di che, l’infinito segmento del naufragio trascina stancamente il film fino ad oltre metà minutaggio e quando appaiono i Giapponesi essi sono brutalmente stereotipati, tutti brutti e cattivi, così che il protagonista Americano possa sfidare i suoi aguzzini e fare la figura dell’eroe coraggioso e, in quanto tale, vessato fisicamente e psicologicamente.
I problemi del film non sono quindi attribuibili al cast. Jack O’Connell è penalizzato da un’enorme sforzo fisico, cambiando la propria corporatura da quella di un atleta olimpionico a quella di un prigioniero di lunga data di un campo di lavoro giapponese; una buona prova, anche se non impeccabile. Miyavi, sfoderando invece un’interpretazione davvero degna di nota, salva in parte il ruolo di Watanabe: come possa aver accettato il ruolo di un personaggio tanto mal pensato e denigrante per il proprio paese non saprei dire. Domnhall Gleeson… è l’unico attore non protagonista da citare, nonostante abbia una parte piuttosto piccola, grazie alla credibilità dell’ammaraggio.
E se il 2014 è stato un anno intensissimo e ricco di successi per Alexandre Desplat, con due nominations agli Oscar per “The Imitation Game” e “Grand Budapest Hotel” (che poi si è portato a casa la statuetta), in questo lavoro ci si poteva aspettare un leggero calo. Non è un lavoro da buttare, ben inteso, ma non c’è dubbio che abbia fatto di meglio.
Mi aspettavo molto di più da questo film. Probabilmente trascinato da un eccesso di patriottismo, forse la storia di Louis non era così accattivante per essere raccontata in questi termini, ma non è un film che consiglierei. Non bocciato, certamente, ma nemmeno promosso.
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