Strangers should not talk to little girls. (Gli sconosciuti non dovrebbero parlare alle ragazzine)
Hard Candy, USA, 2005. Diretto da D. Slade, scritto da B. Nelson. Con Patrick Wilson, Ellen Page, Sandra Oh. Musiche originali di H. Escott, M. Nyman. Durata: 104′. Rated: R.
Hayley sembra essere una quattordicenne come tante, in cerca dei primi amori in chat; lì incontra Jeff, fotografo di professione, e decide di uscirci. Ma ben presto la preda diventerà il predatore e vecchi scheletri nell’armadio metteranno a rischio l’intera vita di Jeff.
Se si cercava un film che parlasse di pericoli on-line per gli adolescenti, ebbene, i primi venti minuti sarebbero perfetti: l’ingenuità della ragazzina, che rivela ampi particolari della sua vita in chat ed esce con un semi-sconosciuto trentenne, finendo perfino in casa sua; le mosse studiate del fotografo, che sembra lasciare alla ragazzina la conduzione del gioco della seduzione fino a che la situazione non sia ormai precipitata… Poi la svolta. Cambiano i colori, la lente si scurisce (senza una giustificazione scenica, c’è da dire) e Hayley prende in mano le redini del gioco, che ormai non è più tale, e lo fa letteralmente. Con sapienza, il copione mette in bocca agli unici due personaggi della storia le battute giuste al momento giusto per almeno la prima metà del film. Poi, da quando la situazione precipita, è inevitabile un leggero sbandamento, dato anche da una certa perdita di quella verosimiglianza che caratterizza la prima metà scarsa di film. Nel complesso, comunque, questo thriller che per la prima volta vede alla regia di un lungometraggio David Slade, che, forse preso dalla foga di strafare, attacca lo spettatore medio alla poltrona per tutto il tempo, lasciando insoddisfatti tutti quelli che, oltre alla pretesa di pathos, chiedono una coerenza narrativa almeno sufficiente. Brian Nelson non lo aiuta particolarmente, scrivendo una storia che tiene, e benissimo, dal punto di vista emotivo ma che crolla sotto l’aspetto di una storia realistica solo a metà.
Certo, il film è una produzione indipendente e la Lionsgate lo ha portato nei cinema dopo una produzione più che apprezzata al Sundance, un palcoscenico di prim’ordine, ma oltre a quanto già detto ci sono altre cose che non vanno in un film che, a primo acchito, ha lasciato anche me con un’ottima impressione. Ellen Page, nei panni di Haley, deve tornare quattordicenne (aveva 17 anni durante le riprese), fa qualcosa di straordinario, conducendo in modo oltremodo maturo il gioco psicologico che trascina la trama senza che questa maturità sembri eccessivamente fuori posto in un’adolescente; Dall’altra parte, Patrick Wilson, più grande ma meno ‘esperto’, non cede un millimetro, anche perché con due soli personaggi per un’ora e mezza se anche solo uno fosse poco credibile o moscio il risultato sarebbe devastante: mi verrebbe da dire che tira fuori… ‘gli attributi’, espressione più che mai consona al contesto e alla drammaticità del film.
Ma se gli attori sono così bravi, cosa c’è che non va? Ebbene, il problema sta nella storia che interpretano. Se infatti Hayley fosse stata la vittima e Jeff il carnefice, tutto normale; ma il ribaltamento dei ruoli, per quanto originale e tremendamente efficace, raggiunge presto punte eccessive, rischiando di far passare la stessa ragazzina dalla parte del torto nella mente degli spettatori che vedono un’innocente quattordicenne intavolare una perversa pressione dapprima psicologica poi anche fisica nei confronti di un adulto che, dal canto suo, subisce inerme un dominio quasi masochista della sua aguzzina.
Un film che, pur non mostrando nudità, viene valutato come ‘R’, o VM18 in Italia, non può che essere cruento, nel linguaggio e nelle azioni che vengono nascoste, con cura quasi maniacale, da Slade (grande merito, almeno in questo).
La musica in questo film è fondamentale, come è giusto che sia nei thriller, e la valutazione è alta, sopratutto perché non si fa notare in negativo per eccessiva presenza o sopraffazione dell’azione, il che significa la sua collaborazione è sottile ma efficace. Una coppia, Nyman/Escott, di cui sentiremo parlare.
Chiudo: non troverete il trailer in italiano, ma quello inglese è uno dei migliori che ho mai visto: nessuno spoiler e grande pathos, proprio come il film. Tra l’altro, nel trailer si vede il primo pezzo della conversazione che appare, invece, come già scritto nella primissima scena del film. Gran scelta tecnica.
Brutto, invece, il doppiaggio: o meglio, io non potrei mai criticare l’ottimo doppiaggio che l’Italia riserva sempre ai tutti i film, ma la voce della ragazzina non è il massimo, sembra già troppo grande.
SCARICA IL PDF: Hard Candy, 2005
READ THE ENGLISH REVIEW: Hard Candy – Review


Lascia un commento