Dune (2021) – recensione

Dune, USA/Canada, 2021. Diretto da D. Villeneuve, scritto con J. Spaihts, E. Roth (tratto dal romanzo di Frank Herbert). Con Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Jason Momoa, Stellan Skarsgård, Javier Bardem, Josh Brolin, Dave Bautista, Zendaya. Musiche originali di H. Zimmer. Durata: 155′. Rated: PG-13

Sono belli i sogni, ma le cose importanti accadono da svegli.

TRAMA

Siamo in un futuro lontano da qualche parte imprecisata nell’universo. La vita è difficile, quasi impossibile sul pianeta Arrakis, ma racchiude qualcosa di fondamentale: l’immenso deserto da cui è formato quasi completamente è ricoperto dalla cosiddetta ‘spezia’, la sostanza più importante per l’economia dell’universo. La famiglia Atreides è stata incaricata della difesa e dell’amministrazione del pianeta, ma questa decisione ha scatenato una faida tra diverse famiglie nobili e sarà l’inizio di un’incredibile avventura per l’erede della famiglia Atreides, Paul. 

Dune, D. Villeneuve, 2021

RECENSIONE

Inizia un viaggio straordinario, dice la tagline del film.
Tutti eravamo indubbiamente curiosi, le aspettative erano al massimo per questa interminabile  produzione di Denis Villeneuve. Il risultato… è forse meno ‘definitivo’ rispetto ai riscontri entusiasti che c’eravamo prospettati un po’ tutti.

Partiamo col dire che la messa in scena, scenografica e fotografica, è una delle più ambiziose, grandiose e – onestamente – splendidamente riuscite da parte di Villeneuve e dei suoi collaboratori Patrice Vermette (Scenografia) e Greig Fraser (Direttore della fotografia).
I pianeti su cui si sviluppa la storia sono immediatamente riconoscibili, gli edifici e i territori circostanzi progettati con attenzione; sicuramente influenzati da lavori precedenti, un po’ come lo fu l’ “Avatar” di James Cameron pur nel suo essere altrettanto visionario, ma si può tranquillamente giocare al ‘chi-cerca-trova’ con i riferimenti ai grandi colossali sci-fi (“Star Wars” su tutti). La neanche troppo piccola perla di questo film è però la ‘spezia’: è qualcosa di incredibilmente “parte” della sabbia, così, appoggiata sulla superficie, granelli su granelli ma subito riconoscibile. Oltre a questo, ovviamente, un super lavoro è stato fatto anche sui vermi delle sabbie, gli spaventosi dominatori del deserto di Arrakis: i loro attacchi sono tremendi, inevitabili, nella maestosità delle loro migliaia di denti.
Il problema del film è forse il fatto che sia, dichiaratamente, il… “capitolo uno”. Certo, la dichiarazione d’intenti è chiara, fin dal sotto-titolo che, nei primi fotogrammi, la battezza per dare al pubblico il tempo di metabolizzare il nuovo universo, i pianeti, i personaggi nella loro complessità e soprattutto il complesso sistema di valori filosofico/religiosi che sono a base di questa società del futuro. Nel corso del film, poi, l’impressione che si concretizza nella mente del pubblico è quella di essere sempre in attesa che qualcosa di sempre più grandioso, maestoso stia per accadere, che vedrà l’avventura partire in tutto il suo pathos… e invece appaiono i titoli di coda.
Non che il climax finale sia sbagliato, tecnicamente e concettualmente, anzi l’adrenalina per il capitolo successivo sarebbe alle stelle, giusto il tempo di un minuto d’aria dopo le due ore e mezza di assoluta concentrazione e attenzione; nel momento in cui si materializza la consapevolezza di dover aspettare mesi, probabilmente anni per il capitolo 2… il retrogusto è quello di aver visto un prologo: certamente grandioso, spettacolare ma a tratti onestamente ridondate.

In un cast così stellare, protagonista della campagna di marketing del film, si potrebbe parlare di tutti, e complessivamente abbastanza bene di tutti: la prestazione corale è assolutamente riuscita.
Giusto alcune note allora su alcuni, partendo da Timothée Chalamet. Il giovanissimo franco-americano, dopo il clamoroso successo di “Call me by your name”, è innegabilmente lanciato verso un radioso futuro; il mio personalissimo parere forse sarà impopolare, ma in questo film l’ho trovato ancora acerbo e per essere il protagonista assoluto, il personaggio che vediamo per più tempo sullo schermo, l’empatia creata non è del tutto soddisfacente.
Dall’altra parte, Rebecca Ferguson è più centrata che mai nel suo ruolo da madre protettiva, anzi iper protettiva, così come Oscar Isaac nella sua paterna attenzione per la sua famiglia ed il futuro della casata. Oltre a loro, da citare assolutamente Javier Bardem, nella sua ambigua posizione tra il buono e il cattivo così perfetta per lui, e Jason Momoa, che grazie all’attenta direzione di Villeneuve ci dimostra che ha, davvero, le potenzialità da attore. 

Di Hans Zimmer è difficile dire qualcosa che non suoni ridondante.
La sua esperienza e la sua magnificenza in fatto di colonne sonore è risaputa, in particolare in questo caso è tutto ancora più ‘grande’, più rumoroso che musicale a tratti. Le sottolineature sono più sulle astronavi, I mostri, l’ecosistema così rumoroso appunto, scelta sicuramente coerente con il risultato visivo anche se a tratti quasi eccessivamente spinta. 

C’è poco altro da aggiungere, nell’attesa che il secondo, ancor più grandioso, atto, si concretizzi. La grande capacità visionaria di Villeneuve non ha fatto che confermarsi, ma diversamente da lavori già importanti come “Blade Runner 2049” o “Arrival”, di “Dune” si parlerà ancora a lungo… e l’universo intero, verrebbe da dire, attende. 

Una replica a “Dune (2021) – recensione”

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