MUDBOUND (2017) – Recensione

Mudbound, USA, 2017. Diretto da D. Rees, scritto con V. Williams (dal romanzo di H. Jordan). Con Carey Mulligan, Garrett Hedlund, Jason Clarke, Jonathan Banks, Jason Mitchell, Mary J. Blidge, Rob Morgan. Musiche originali di Tamar-Kali. Durata: 134′. Rated: R.

In una fattoria del Mississippi vivono due famiglie, una bianca, l’altra nera. Entrambe hanno un loro componente lontano, in Europa, dove si combatte la Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto diverse difficoltà: i McAllans sono bianchi di ceto medio e sono costretti a vivere in quel piccolo cottage di legno dopo essere stati illusi di poter comprare una bella villa in realtà già abitata; Henry è deluso e innervosito dalla situazione, un po’ come la moglie Laura lo è del loro matrimonio. I Jacksons sono invece neri e servono la famiglia bianca proprietaria di quel terreno, cercando di essere riconoscenti a Dio e alla loro sorte per tutto ciò che hanno. L’evoluzione delle loro storie è molto diversa, con pochi momenti di gioia raggiunti mentre vengono alla luce segreti e fallimenti, sullo sfondo di un’America che, pur vincendo la guerra, ancora fatica ad uscire dalle discriminazioni razziali e alla giustizia fai-da-te.

Mudbound

Recensire questo tipo di film, e questo film in particolare, presenta alcune difficoltà. In primis perché c’è davvero poco di nuovo nei temi di discriminazione razziale su cui poggia tutta la trama ma anche e soprattutto perché anche il modo di presentarla non è particolarmente innovativo: le due famiglie, con simili problemi ma diversi modi di affrontarli e risolverli mentre interagiscono tra loro, ognuno con la propria attitudine abbastanza prevedibile e immutabile, e creano sempre nuovi conflitti più che risolverli. La regista, Dee Rees, non sembra alle prime armi e la sua messa in scena è apprezzabile, soprattutto dal punto di vista del colore e di alcune inquadrature tra le più poetiche che io ricordi nell’ultimo anno; eppure, è un film che manca di ritmica, con un profilo molto basso che viene scosso giusto ogni tanto con qualche scena più ricca di pathos.
Non sembrerebbe uno dei migliori film dell’anno passato, come invece recensioni e nomination a diversi premi sembrano testimoniare. Tuttavia, bisogna riconoscere che l’apprezzamento può essere giustificato: i personaggi sono crudi e realistici, non c’è spazio per l’empatia né la voglia di costruire attorno a loro una morale; solo vita quotidiana, difficoltà, sforzi e uno slancio vitale che di giorno in giorno si fa alternativamente più forte o più debole. Basti dire, evitando spoiler, che il finale è decisamente tagliente, quasi cattivo.

La brutalità ed il realismo non possono che essere trainati da un cast pieno di ottime scelte e di belle interpretazioni. Non ci sono veri protagonisti, infondo, o forse lo sono un po’ tutti. La nomination all’Oscar per Mary J. Blidge (Florence) sembra essere più un riconoscimento collettivo che non una legittimazione della sua superiorità rispetto ad altri: non sarebbe stato possibile, e nemmeno meritato, riempire le categorie di attori con questo cast, ma era giusto riconoscere l’alto livello recitativo. Che poi la Blidge fosse migliore di Carey Mulligan (Laura) o di Jonathan Banks (Pappy), o ancora dei due Jason, Clarke e Mitchell (rispettivamente Henry e Ronsel) è a mio parere discutibile. Tutti sembrano fare (semplicemente!) il loro meglio.

Nemmeno nell’ambito musicale c’è molto di nuovo, vista la chiara linea di facile sottolineatura narrativa: Tamar-Kali, alla prima esperienza in composizione per film, decide di andare sul sicuro, archi e cori in perfetto stile rurale americano degli anni ’40 decide di lasciare ancora a Mary J. Blidge l’onore della canzone sui titoli di coda (“Mighty River”, guarda caso, nominata all’Oscar).

Il mio giudizio stavolta è davvero difficile da dare, viste le belle cose presenti in un film tutto sommato ordinario. Che il tutto sia sufficiente per renderlo uno dei migliori film del 2017, stavolta, lo lascio decidere a voi!

 

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