MADRE! (2017) – Recensione

Vedere è credere. (Seeing is believing).

madre!, USA, 2017. Scritto e diretto da D. Aronofsky. Con Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Ed Harris, Michelle Pfeiffer, Brian Gleeson, Domhnall Gleson. Musiche originali di J. Jóhannsson. Durata: 121′. Rated: R.

I personaggi, in questo film, non hanno un nome, nemmeno quelli principali, così che è ancora più difficile raccontare la trama di questo film. Una coppia vive in una casa in campagna, isolata da qualsiasi altra, sperando che la tranquillità aiuti il ‘marito’ a riacquisire l’ispirazione di scrivere un nuovo libro. La ‘moglie’ vorrebbe aiutarlo e allo stesso tempo costruire con lui una famiglia, ma l’arrivo alla loro porta di un misterioso uomo cambia completamente la loro situazione, che da isolata diventa improvvisamente talmente piena di persone che presto sfugge di mano…

mother! (2017)

Darren Aronofsky ci ha guadagnato molto in termini di tam-tam mediatico, non c’è dubbio; presentare un film così controverso in un festival importante e discusso come Venezia è un’arma a doppio taglio, soprattutto quando le controversie sono accese come non mai attorno ad un film. Non è solo un problema di tematiche, ma anche di messa in scena: la sceneggiatura, scritta sempre dal cineasta amaricano, è tanto onirica che si avvicina a trasformarsi in un incubo, pieno di ossessione e di una violenza inaudita, inaspettata e assolutamente insensata, il tutto però diretto con una maestria e una maestosità che si perdono in un gozzoviglio di immagini che fanno a pugni con la linearità narrativa ed una realtà che si confonde con la messa in scena metaforica. Proprio su questa messa in scena poggiano le immagini di un fuoco che distrugge e costruisce, di un grembo materno difeso strenuamente fino a perdersi nei meandri della mente. Non è facile spiegare in modo migliore tutto ciò che “madre!” contiene al suo interno senza influenzare il giudizio a chi non l’ha ancora visto, ma se “Il Cigno Nero” poteva sembrare una partita di nascondino tra sogno e realtà, questo film ha una ‘presunzione’ più alta, quella di allargare il caleidoscopio immaginifico che già i poster lasciano intendere.

A questo proposito, si capisce come il punto forte di questo film sia in assoluto la fotografia: colori e chiaroscuri si alternano in sequenze particolarmente scorrevoli. Le lunghissime sequenze, che allungano e accorciano il campo senza sosta, aiutano a creare il giusto livello di spaesamento; Jennifer Lawrence è cercata con insistenza, vera protagonista del film, con primi piani al limite del dettaglio che ne seguono le salite e le discese dalle scale e dal suo umore, così che lei, e la casa, siano le uniche attrattive per l’attenzione dello spettatore.

Il ruolo, così difficile ma così intenso, aiuta Jennifer Lawrence a confermare un talento innato: è incredibile come tutto riesca a ruotarle intorno, anche ciò che non vediamo o sentiamo in maniera chiara di ciò che succede dentro e fuori dalla casa, e come le sue reazioni, le sue emozioni e il suo graduale crollo emotivo sfiorino un ritratto quasi parodico senza tuttavia cadere nella tentazione di sdrammatizzare, anzi, creando un pathos unico e indistricabile fino alla fine. Javier Bardem, il ‘marito’, conferma a sua volta come i ruoli che predilige siano quelli inquietanti. In questo caso, non c’è molto spazio per costruire una vera paura intorno al personaggio, ma il suo stile basta e avanza e, come per la Lawrence, bisogna riconoscere anche a lui parte del merito se la particolare atmosfera cercata da Aronofsky sia riuscita così bene. Ed Harris e Michelle Pfeiffer, insieme ai ‘figli’ Brian e Domhnall Gleeson, sono i classici piccoli ingredienti che dànno il giusto sapore all’impasto già buono; i primi due hanno una gran dose di esperienza da mettere in campo e sono molto più convincenti di quanto le azioni dei loro personaggi siano credibili; dall’altra i (veri) fratelli possono sfogare i loro litigi in una lotta fratricida degna di questo nome.

In un thriller, o anche in un horror (ma non saprei neanche io come definirlo con certezza), la musica è una delle caratteristiche più importanti per poter creare l’atmosfera giusta. Jóhan Jóhannsson è ‘nuovo’ del settore ma sembra aver già trovato la sua strada: “Arrival”, “Sicario” e “Prisoners” sono solo alcuni dei suoi lavori splendidamente portati a termine e questo si aggiunge alla lista.

Ho detto molto, forse troppo… o forse troppo poco, ma in molti hanno avuto da dire su questo film, nel bene o nel male; perlopiù negative, sembrerebbe. Io l’ho amato, ma comunque è un film che va visto, almeno per sapere se lo amate o lo odiate, visto che le mezze misure in questo caso non sono proprio possibili.

 

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