Non era mai in tempo per le lezioni… Mai in tempo per la cena… Poi un giorno… non è più stato nel suo tempo. (He was never in time for his classes… He wasn’t in time for his dinner… Then one day… he wasn’t in his time at all).
Back to the Future, USA, 1985. Diretto R. Zemeckis, scritto da B. Gale. Con Michael J. Fox, Christopher Lloyd, Lea Thompson. Musiche originali di A. Silvestri. Durata: 116′. Rated: PG.
Marty è un ragazzo normalissimo. Arriva spesso tardi a scuola ed ha una ragazza che lo ama. Il suo migliore amico, tuttavia, è uno scienziato, il dottor Brown, che ha appena creato una macchina in grado di viaggiare nel tempo. Proprio mentre stanno per provarla, Brown viene ferito da una gang di terroristi, dai quali aveva rubato con l’inganno il plutonio che serve per far funzionare la macchina; così Marty, cercando di scappare, finisce nel passato, esattamente 30 anni prima. L’unico metodo per tornare indietro è ritrovare il giovane dr. Brown, stando attento a non compromettere l’amore che ancora non è sbocciato tra i suoi genitori…

L’uomo è sempre stato affascinato dalla possibilità di viaggiare nel tempo. Questo non è il primo film ad esplorare I possibili sviluppi dell’idea, ma Steven Spielberg produce un film che va ben oltre il concetto di viaggio nel tempo, prendendo in considerazione anche le conseguenze più imprevedibili di questa utopia. A supervisionare questo lavoro, più complesso di quanto possa sembrare, ha scelto un regista con poca esperienza alle spalle (ma un notevole futuro davanti, grazie ad un innato talento), Robert Zemeckis. Accanto a lui il suo collaboratore Bob Gale, con il quale, oggi sappiamo, ha creato una notevole quantità di (grandi) film. La sceneggiatura è infatti estremamente precisa e bilanciata, con una facilità di passare da uno stile comico ad uno drammatico invidiabile. Marty e il dr. Brown sono sicuramente i due personaggi principali, e come tali sono ben caratterizzati, ma il vero merito di Gale è costruire un mondo in cui tutto ha un senso, ogni piccolo personaggio ha la sua importanza, dal barista alla banda jazz, ed i rimandi tra le due ambientazioni temporali sono piacevoli e significativamente comprensibili.
In questo film, Zemeckis lavora ancora con un certo controllo della propria visione innovativa, con inquadrature abbastanza scolastiche; nello stesso tempo, riesce ad essere sempre al centro dell’azione senza tuttavia essere invasivo, in uno stile che a tratti sembra quasi documentaristico. Ed il risultato finale ripaga ampiamente le scelte.
Arriva il momento di parlare del cast. L’insieme, come accennato prima, lavora in modo perfetto, con una precisione ed una collaborazione che dà l’impressione di una macchina davvero ben oliata. Qualche parola in più va però spesa sui due protagonisti; Christopher Lloyd, ovvero il dr. Brown, non arriva a questo film da sconosciuto: la sua prima apparizione risale ad un capolavoro del calibro di “Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo” accanto al mito Jack Nicholson. Dopo un esordio così, cosa potrebbe andare male? Nulla, a giudicare dal proseguo della sua carriera. Lo scienziato pazzo può sembrare un ruolo semplice, molti attori hanno avuto un buon successo grazie a personaggi simili, ma questo anche perché il ruolo viene spesso assegnato in maniera sensata, dopo scrupolose valutazioni. In questo caso più che in altri, le espressioni ed un talento naturale aiutano Lloyd a incorniciare un personaggio iconico, grazie al quale oggi questo film ha ancora il suo meritato successo. Bene, forse non altrettanto ma era difficile, Michael J. Fox; la giovane età non voleva dire inesperienza, tuttavia ci sono stati molti attori che hanno debuttato con interpretazioni memorabili, vedi il (quasi) debuttante Dan Aykroyd in “The Blues Brothers”. Qui il ruolo è importante, senza dubbio iconico, ma la recitazione è migliorabile.
Un altro collaboratore storico di Gale & Zemeckis, Alan Silvestri, è il prescelto per le musiche. Nonostante l’assenza di un vero e proprio ‘main theme’ di quelli memorabili, il lavoro rimane molto buono nel complesso, anche perché una visione a posteriori rischia di far passare per antiquate alcune scelte che non lo erano all’epoca.
Un capolavoro, indubbiamente, nel suo genere ma anche nella storia del cinema, che Spielberg non rinuncia mai a segnare con le sue idee a dir poco innovative.
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