Sesto giorno, metà esatta della mostra. Da segnalare che domani, tra le altre cose, si chiude la sezione dedicata alla Virtual Reality: oggi è il mio turno di sperimentare alcune installazioni.

Si parte sempre e comunque dal concorso: nel doppio appuntamento mattutino, si parte con il suggestivo “Three Billboards Outisde Ebbing, Missouri”. Il film è complesso, dalle mille sfaccettature; i personaggi, pochi, aiutano indubbiamente a ben calarsi nel contesto del piccolo paesino nordamericano. La realtà è che, alla fine, quella che vince è la sceneggiatura: un pezzo di bravura incredibile, ricco di ironia, spessissimo dissacrante e terribilmente schietto: i disagi, i turbamenti, le tragedie piccole e grandi che coinvolgono i protagonisti sono presentate senza filtri, con un crudo realismo cinico. Forse la miglior scrittura finora, sicuramente tra i migliori film visti quest’anno.
A seguire, ecco la risposta italiana: Sebastiano Riso ed il suo “Una Famiglia”. Purtroppo la visione è brutalmente opposta, sembra di vedere un prodotto amatoriale. La recitazione di Micaela Ramazzotti convince, ma è l’unica degna di nota: il suo compagno di avventure Patrick Bruel lascia perplessi, nel suo italiano alla francese che non aiuta in un contesto del sobborgo romano in cui la storia si svolge. Escluso il finale, poi, sicuramente d’impatto ma lontano dalla concretezza e dalla linearità di altri film, rischia decisamente di essere l’unico momento di coinvolgimento emotivo che, nelle intenzioni, voleva probabilmente correre lungo tutta la vicenda. Dalle stelle alle stalle, stamattina.
Dopo pranzo, è finalmente Venice VR. L’isntallazione suggestiva nell’isoletta del Lazzaretto Vecchio stupisce per il suo aspetto minimal ma curato. Meno precisa l’organizzazione, per cui le prenotazioni vengono gestite bene online ma infondo una volta in luogo si può fare (anche) altro, con un po’ di pazienza. Non credo fosse quella l’idea. Comunque. Ho sperimentato tre prodotti, di cui una Stand-Up Installation e due Installazioni ‘tradizionali’, per così dire. “Free Whale” è un viaggio in un futuro distante, in cui un ragazzino ed il suo assistente robotico-fluttuante trovano una mega-balena robotica, sede di un archivio di memorie. Non si spiega molto, decisamente si punta più sul contenitore che sul contenuto. Al momento, viste le potenzialità della realtà aumentata, va più che bene. Il più sorprendente è l’avventura di “Alice, The Virtual Reality Play”: interazione costruita alla perfezione, un attore recita accanto a te nei panni del Bianconiglio e del Brucaliffo. L’unico in cui non c’è un assistente che deve dirti quando finisce il cavo del visore… è tutto dire! L’ultimo, “The Last Goodbye”, è un tentativo di riprodurre una visita ad un campo di concentramento in compagnia di un sopravvissuto. L’idea è buona, chissà che non diventi una forma di ‘turismo virtuale’ in futuro (cosa assai probabile): un pizzico di qualità di immagine in più e ci siamo.
Ancora Israele, che a Venezia deve piacere molto: “The Cousin”. La metafora del cugino, espressa a meraviglia nel corso del film, è il confine che potrebbe dividere israeliani e palestinesi. Ma in questo film c’è molto di più: la paura ed il pregiudizio diventano accuse infondate in una spirale di violenza che però, fortunatamente, per una volta non diventa tale fino in fondo: l’ironia si usa ben più delle pistole e i fraintendimenti, qui davvero surreali (altro che cine-panettoni), vincono sul razzismo. Buono il cast e la scelta di vedere, in questo caso, un piccolissimo villaggio, in cui le dinamiche sono ancora più accentuate dall’ignoranza delle famiglie locali. Sembra un po’ di vedere una certa Sicilia o Puglia, in alcuni momenti.
Si torna al concorso, che si sposta ancora più ad est. “The Third Murder”, giapponese, ci riporta una storia di quelle introspettive, curate, in cui non detti e bugie sovrastano di gran lunga le verità. Porrebbe essere un pregio, a tutti gli effetti lo è, ma la sensazione di mancanza di ritmo, data da lunghi silenzi soprattutto nel mezzo delle conversazioni, rimane così impressa che la valutazione complessiva non può essere positiva. Peccato, perché la regia è invece un piccolo capolavoro di campi e controcampi creati nella costruzione della stessa inquadratura, con dei giochi di simmetrie e riflessi sui vetri che sono una delizia per gli occhi.
“La Notte in cui Nuotai” è una coproduzione di due registi, uno cinese, l’altro francese. Nel nord del paese asiatico, un bimbo si alza a notte fonda quando sente il padre andare a lavoro, vaga nella neve e vive la sua giornata nel suo mondo. Che si capisca o meno, ancora una volta è il silenzio a farla da padrone: non ci sono battute, pochissime musiche, solo la candida neve ed il cielo. Il lavoro qui è di fino, divertente nella sua ingenuità. Il bimbo protagonista è dolcissimo e guida la storia, senza recitare. Poetico, anche se non è un prodotto da grande pubblico per la sua ermetica messa in scena.
Un altro giorno finito e un altro iniziato. E ci sarà l’attesissimo “mother!”, con la copia Lawrence/Bardem… l’attesa sale!
(PERSONALISSIMA) CLASSIFICA PARZIALE “LEONE D’ORO”:
1° Three Billboards Outside Ebbing, Missouri 9
1° The Insult 9
3° The Leisure Seeker 8/9
4° The Shape of Water 8
5° Suburbicon 8-
6° Downsizing 7 1/2
7° Lean on Pete 7
7° Ex Libris 7
9° Foxtrot 7-
10° The Third Murder 6+
11° First Reformed 6-
12° La Villa 5/6
13° Human Flow 5 1/2
14° Una Famiglia 4 1/2
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