VENEZIA 74 – Day 2

Inizia presto la seconda giornata, carica di aspettative ancor più della precedente e portatrice di ben tre film da concorso principale.

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“The Shape of Water” segna il ritorno di Guillermo del Toro al cinema che gli piace, che sa fare meglio. Finalmente in concorso a Venezia, il regista messicano trova le carte vincenti, quelle della favola d’amore per adulti, dipinta con immagini cupe e bellissime allo stesso tempo. Da nascondere, seppur sotto il tappeto, i paragoni con La Bella e la Bestia, con cui i rimandi ci sono (e abbastanza chiari), e con altre favole in cui personaggi da normali a deboli (bambini o con mancanze psicologiche o, come in questo caso, fisiche) cercano di riabilitare la creatura emarginata di turno; evitato questo errore, il film è forte e lascia passare anche quelle comprensibile ma accessorie metafore geopolitiche e storiche contemporanee.

 

L’altro film in concorso della seconda mattinata è “The Insult”, del libanese Ziad Doueiri. Ci sarebbe molto da dire su questo intensissimo capitolo cinematografico sulle problematiche mediorientali; la novità della prospettiva, che taglia fuori quasi completamente il punto di vista israeliano per tirare in ballo i cristiani libanesi, è forse l’aspetto più innovativo e al tempo stesso controverso. Da un punto di vista strettamente emotivo, la storia regala una serie di colpi bassi durante la lotta sempre più viscerale tra i due contendenti, che si strascinano dietro famiglie, colleghi, amici e infine un paese intero, creando un’escalation emotiva più che coinvolgente. Per quanto anche in questo caso il finale sia leggermente buonista, peraltro senza grosse indicazioni sulle motivazioni alla base della risoluzione del conflitto, quello che più colpisce è la continua schermaglia tra una e l’altra fazione del conflitto, portato nella realtà attualissima: per molti versi, anche se probabilmente fuori dalle intenzioni del regista, potrebbe essere facile che qualcuno si schieri da una parte o dall’altra, nella parte centrale del film, facendo crollare il delicato equilibrio che, a freddo, sembra invece tenere più che bene.

Subito dopo, la comparata di Gianni Amelio con il suo docu-corto “Casa d’Altri”, ambientato ad Amatrice. Non fa una grande impressione, per quanto l’intento sia condivisibile e le ‘critiche’ al turismo macabro altrettanto attuali, anche perché in fondo a questo tipo di storie e racconti ci stano abituando sempre più massicciamente telegiornali e soprattutto i programmi-contenitori e pseudo-giornalistici delle maggiori reti nazionali.

Come sempre in queste occasioni è importante buttare l’occhio anche sulle produzioni nord-europee: è il caso oggi di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson, islandese, con il suo “Under the Tree”. La grande banalità che si cela dietro ai conflitti tra vicini di casa, così come quelli di coppia, è il preludio ancora una volta di una violenza, psicologica prima ancora che fisica, sempre più pressante fino a che i drammi passati invece che essere interiorizzati vengono sepolti da nuovi e più atroci scontri con un culmine inaspettatamente violento. Un film senza grandissime pretese ma proprio per questo ancora più apprezzabile nella sua semplice quotidianità trasformata in tragedia preferibilmente fuori dall’ordinario.

Ancora a Venezia, luogo evidentemente ideale per lui, il veneto Andrea Segre presenta un nuovo lavoro di finzione, sempre con la tematica dell’immigrazione a fare da leit motive, “L’Ordine delle Cose”. Se c’è una cosa che mi colpisce di questo regista è quanto, anche nelle opere per l’appunto di finzione, tutto appare molto più che realistico: in questo film, Pierobon e la sua famiglia non sembrano recitare nemmeno per un secondo e anche quando la storia ci porta in Libia il tutto accade, scorre, si evolve con una concretezza fuori dall’ordinario. L’Italia avrebbe bisogno di riscoprire alcuni talenti come Segre, questo è fuori discussione.

Forse il film più ‘tradizionale’ finora, “West of Sunshine” è il dramma familiare che ti aspetti. O forse no. Padre e figlio, in un viaggio ‘on-the-road’ delle strade di un’Australia caratterizzata solo dai marcati accenti del notevole cast, rendono infinita una giornata qualsiasi, mentre cresce la reciproca voglia di conoscersi, riscoprirsi e banalmente stare insieme, pur nel naturale conflitto di un figlio che vede il padre non vivere più con la madre. La poesia del finale, per quanto non esuli da schemi già visti, non delude un pubblico più sensibile.

Per quelli ancora più sensibili ecco l’ultimo appuntamento della serata, del quale l’unico ritardo di proiezione (per Segre) mai visto a Venezia e il conseguente cambio di programmi mi ha costretto a perdere il fotogramma iniziale (per fortuna solo quello). Ai Weiwei, il cinese trapiantato a Berlino, gira il mondo, dietro ma anche davanti alla telecamera, e accompagna una rassegna di tutti i migranti del mondo, così come è oggi. Dalla Siria al Pakistan, dall’Africa agli sbarchi nel Mediterraneo fino alle attualissime immagini del muro Messico-Usa, non c’è molto di nuovo, se non la crudeltà infinita esasperata dai numeri, impietosi, che il regista piazza con una frequenza impressionante: grazie ad alcune studiate citazioni (alcune in stile un po’ descrizione Instagram) ed interviste che, senza appunto essere nuove nel contenuto sanno tirare fuori il nostro lato più solidale “Human Flow” riesce ad arrivare in fondo, anche se un leggero senso di ripetitività e di eccessiva schematizzazione non ne fanno il documentario piacevole e godibile dalla maggioranza del pubblico.

Anche il giorno due va così in archivio… speriamo in molte altre belle sorprese domani!

 

(PERSONALISSIMA) CLASSIFICA PARZIALE “LEONE D’ORO”:

1° The Insult                    9
2° The Shape of Water    8
3° Downsizing                  7 1/2
4° First Reformed            6-
5° Human Flow                5 1/2

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