I problemi viaggiano sempre insieme. (Trouble travels together).
Hick, USA, 2011. Diretto da D. Martini, scritto da A. Portes. Con Chloe Grace Moretz, Eddie Redmayne, Blake Lively, Rory Culkin, Alec Baldwin. Musiche originali di L. Campbell. Durata: 99′. Rated: R.
Luli è una tredicenne che vive con i genitori perennemente ubriachi e disinteressati in un paesino nel Nebraska. Un giorno, la ragazza decide di scappare verso Las Vegas, ma il suo viaggio le riserverà molti incontri, strani e pericolosi, molto più di quanto si sarebbe aspettata…

Non è facile trovare un film come questo. I film indipendenti, è vero, sono spesso di difficile lettura, ostili ad una visione superficiale, con finali complessi e a volte sfuggenti, o magari semplicemente lontani dalla classica struttura a tre atti, ma “Hick” riesce a sfruttare la sua natura indipendente a proprio vantaggio, camminando sulla fune tesa tra il coinvolgimento emotivo e il giudizio obiettivo degli eventi. Sicuramente è stato più facile il lavoro dello sceneggiatore, Andrea Portes, trattandosi di un suo romanzo, ma nonostante l’inesperienza cinematografica questo adattamento sembra prendere la strada giusta, fondandosi prevalentemente su una buona sceneggiatura.
La caratteristica peculiare, pur incomprensibile all’inizio, di seguire passo passo gli eventi lungo i disegni della giovanissima Luli aiuta non poco a decifrare la mentalità e l’atteggiamento della protagonista, anche perché la regia piuttosto elementare ed una fotografia priva di particolarità non sono elementi in grado di dare una mano. Tuttavia, la modalità in cui i personaggi sono presentati, come già accennato, oscilla spesso tra l’oggettività narrativa e la valutazione soggettiva dell’autore ed è un lavoro che ho trovato non solo ben riuscito ma ammirevole, grazie all’omissione dei più scabrosi dettagli delle vite delle persone coinvolte nella vicenda che vengono perlopiù lasciate sotto una sorta di velo, semi-nascoste eppure chiaramente identificate nei lori tratti più importanti.
Questo aspetto si rivela particolarmente d’aiuto per valutare la recitazione di un cast complessivamente buono. Chloe Moretz, lontana dai ruoli ‘infantili’ (“Diario di Una Schiappa” vale come esempio in cui, comunque, infantile non è usato con accezione negativa) e soprattutto da quelli paurosi (che per qualche ragione le sono sempre stati offerti a iosa), si rilancia con una delle sue migliori prove, soprattutto in quanto ancora tredicenne: Luli è una ragazzina cresciuta troppo presto, in un mondo a cui non sente di appartenere e dove tutti sembrano aiutarla solo per sfruttarne la giovane avvenenza. Non è stato sicuramente facile lavorare su questo personaggio e gran merito va a lei e anche al regista che l’ha guidata. I personaggi secondari, d’altra parte, migliorano con il trascorrere del film: Eddie Redmayne, quasi co-protagonista (ironicamente il suo personaggio si chiama Eddie), sembra farsi trascinare a tratti da un’eccessiva emotività, pur enfatizzando la personalità psicotica del personaggio nel momento giusto; Blake Lively è invece la lunatica Glenda, su cui poggia gran parte della storia che risulta in qualche modo toccante, quando anche il suo ruolo assume connotazioni sempre più strane e antagonistiche verso la fine del film.
Non c’è molto da dire su Rory Culkin, visto che Clement appare talmente poco da non riuscire a farci capire se le sue intenzioni sono buone, cattive o neutrali, e meno ancora su Alec Baldwin, che anzi sembra distratto, quasi assente; per sua fortuna, il personaggio di Beau appare molto brevemente.
“Hick” non è un film che si basa sulla musica, anche perché il contesto è aiutato in maniera preponderante da canzoni; in sostanza un lavoro di collage per Larry Campbell, il cui contributo è percepibile solo in un paio di occasioni.
Estremamente sottovalutato dai critici, non è socuramente un film da grande pubblico ma credo che molto si possa imparare da questo film e, in ogni caso, un minimo di empatia verso Luli è il minimo che si possa provare.
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