Separated by war. Tested by battle. Bound by friendship. (Separati dalla guerra. Provati dalla battaglia. Legati dall’amicizia).
War Horse, USA/UK, 2011. Diretto da S. Spielberg, scritto da L. Hall e R. Curtis (dal romanzo di M. Morpurgo e l’opera teatrale di N. Stafford). Con Jeremy Irvine, Peter Mullan, Emily Watson, David Thewlis, Tom Hiddleston, Benedict Cumberbatch.Musiche originali di J. Williams. Durata: 146′. Rated: PG-13.
Prima guerra mondiale, location diverse per storie diverse. Albert è il figlio unico di una famiglia di contadini sull’orlo di perdere la propria piccola fattoria; Emilie è un’undicenne francese che vive presso un mulino con il nonno, orfana di entrambi i genitori; Michael è un giovanissimo soldato dell’esercito tedesco che viene privato dal fratello del fronte e dell’onore di combattere per la patria e per il padre; Friedrich è l’addetto e amante di cavalli dell’artiglieria tedesca che prova fino all’ultimo a prendersene cura; Colin è un eroico fante inglese che, con un fazzoletto bianco, salva la vita al povero cavallo. Tante storie diverse ma tutti, in qualche modo, sono legati a Joey, che passa nomi e paesi per poi tornare all’origine, grazie alla propria determinazione e all’affetto indissolubile che lo lega al suo primo proprietario. In mezzo, solo guerra, morte e sofferenza, in un’Europa troppo brutta per essere vera, ma paesaggisticamente ancora bellissima e maternamente pronta a cullare chi si affida a lei, nella morte come nella vita.

Steven Spielberg, davvero sei ancora capace di queste finezze? Ultimamente, tra “Guerra dei Mondi” e simili, l’anima sensibile e delicata di uno dei più grandi registi di sempre era rimasta sotterrata, ed ora partorisce l’ennesimo capolavoro di una carriera da primati assoluti, dovunque e comunque. L’unico difetto, stavolta, potrebbe essere la durata. Due ore e venti di film non sono poche, anche se la trama è piuttosto scorrevole e le emozioni trascinano da un personaggio all’altro senza possibilità di staccarsi.
L’inizio ricorda molto tante produzioni simili, nel cliché di un contadino in crisi ed il suo padrone che minaccia di togliergli la terra. E che succede? Lui compra un cavallo, per giunta nemmeno il migliore, e la moglie minaccia. Eppure, l’amore dei genitori di Albert, il primo legame affettivo del film, è forse anche il più simbolicamente importante, soprattutto se inteso come famiglia, che apre chiude la storia. E mi fermo per non fornire spoiler.
Prima ancora: i titoli di testa. Che piccolo capolavoro visivo. Ok, non sarà nulla di non visto, ma la bellezza naturalistica dell’ambientazione, così antitetica rispetto alla crudezza del centro del film, è quasi commovente. Per non parlare dei campi lunghissimi del finale, con i contro-sole… Wow. D’altronde, nella parte centrale, torna lui, lo Steven di “Salvate il Soldato Ryan”, cinico e spietato nelle inquadrature e nei cambi veloci di prospettiva, senza perdere di vista nulla o nessuno ma nel realismo più assoluto.
Cominciamo a parlare degli attori. Considerando che nessuno ha una parte granché ampia, parliamo di Emily Watson: pochissime scene, ma una vitalità che non avevo visto, se non a sprazzi, nella ben più corposa prova di “Water Horse”; davvero trasformata, e finalmente intensa in una carriera ancora da consacrare. Altro nome di spicco del film, David Thewlis, già prof. Lupin nella saga di Harry Potter, preso e buttato lì, e dopo mezz’ora di film sparisce per sempre. S.V.
Ma l’unico vero attore di cui bisogna parlare è lui, Joey. Ora, io so che con gli animali si fanno capolavori, ma finora avevo visto cani, gatti, qualche delfino per quanto sia possibile, pappagalli… ma un cavallo così preciso è veramente una sorpresa. Fermissimo quando serve, altrettanto mobile al momento opportuno; pare davvero un attore consumato, con un senso della posizione ed un tempismo perfetto. Si sa, come sempre in queste occasioni il singolare non è il numero giusto, visto che per Joy sono stati usati quattordici cavalli diversi: per questo, elogiamo soprattutto chi li ha istruiti, e mi sento in dovere di citarli in maniera adeguata: Dan Naprous, Zelie Bullen, Bill Lawrence, Craig Bullen, Hernan Ortiz, Ricardo Cruz-Moral, Salman Cruz, Alexandra Bannister (e Anthony Bloom, che ha allenato l’oca. Chi ha visto o vedrà il film, ha capito o capirà!)
Un lavoro eccezionale, non ho apprezzato nulla di più degli animali nel film, il che è piuttosto indicativo.
Ed in tutto questo, la musica quasi passa in secondo piano; ma non posso che ricordare John Williams, fortemente voluto e lanciato dal regista in questione nella saga di “Star Wars” e che aggiunge un altro tassello di notevole pregio ad una carriera già illustre e piena di successi.
Bello, bello, bello. Nell’anno di uscita ha trovato purtroppo avversari imbattibili e la concorrenza era spietata, ma è, in tutta sincerità, uno dei film migliori e più completi degli ultimi anni, con un potenziale completamente esaurito dall’ennesimo, fantastico ed inimitabile Steven Spielberg.
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