Bring him home. (Riportatelo a casa).
Sopravvissuto – The Martian, USA/UK, 2015. Diretto da R. Scott, scritto da D. Goddard (dal romanzo di A. Weir). Con Matt Damon, Jessica Chastain, Kristen Wiig, Jeff Daniels, Michael Peña, Sean Bean, Sebastian Stan, Chiwetel Ejiofor. Musiche originali di H. Gregson-Williams. Durata: 144′. Rated: PG-13.
Marte, anno 2035: l’uomo è arrivato sul pianeta rosso, ma la missione rischia di essere disastrosa a causa di una fortissima tempesta; l’equipaggio riesce a fuggire lasciando indietro il solo Mark Watney, dato per morto. Durante il lungo rientro sulla Terra, alla NASA arriva uno strano segnale da Marte: Mark è sopravvissuto e si è ingegnato per sopravvivere il più a lungo possibile. Potrà farcela per qualche mese, ma i problemi sono sempre di più e solo l’equipaggio in rientro può avere qualche chance di tornare indietro in tempo…

Che a Ridley Scott piaccia lo spazio credo che ormai sia chiaro a tutti. Altrettanto chiaro, e sbandierato in ogni salsa, è che le missioni per salvare Matt Damon hanno ormai passato il limite della sopportazione: “Salvate il Soldato Ryan”, “Interstellar” e ora questo “The Martian”. Sarò ripetitivo, ma i miliardi spesi dal governo americano (fortunatamente solo nella finzione cinematografica) per uno degli attori forse meno eclettici del panorama attuale hanno passato il segno. Diciamo basta!
Tornando seri, il film ha un buon equilibrio, nonostante una narrazione non facilissima per via dei riferimenti temporali che devono necessariamente scandire il passare dei ‘sol’, i giorni ‘marziani’. Scott alla fine riesce anche ad evitare l’unico vero rischio, ovvero quello dell’eccessiva ripetitività delle azioni del ‘sopravvissuto’ Damon, che potevano suscitare un effetto alla Robinson Crusoe dal sapore di già visto in mille salse. Non che un retrogusto al naufrago più famoso della storia non si senta, ma qui non c’è un Venerdì e soprattutto l’aiuto è più vicino di quanto non lo fosse sullo sperduto isolotto nel Pacifico.
Giusto, anche se scontato, l’uso del colore rosso nelle immagini marziane a confronto con un grigio quasi asettico del centro NASA, in cui però manca una virata di colore anche nel momento in cui, forse, avrebbe potuto allegoricamente simboleggiare le decisioni dell’agenzia.
Per quanto riguarda il cast, questa volta, sono sinceramente perplesso. Tanti grandi nomi, in tutti i ruoli, ma a dirla tutta nessuno sembra dare quel quid al film per spiccare il volo. Da Jessica Chastain a Michael Peña l’equipaggio della missione sembra più colto da un attacco di drammaticità acuta che preparato alle lunghissime e faticosissime missioni spaziali; alla NASA, Sean Bean/Mitch non muore (!), Jeff Daniels/Teddy Sanders passa da freddo calcolatore a emotivamente coinvolgente senza tuttavia cambiare espressione e Chiwetel Ejiofor… è sempre Chiwetel Ejiofor, lo scienziato dalla moralità spicciola e prevedibile. Sarà che la sceneggiatura non aiuta nella caratterizzazione, ma qualcosa in più si poteva dare. Discorso a parte, ma neanche troppo, su Matt Damon: non ho mai stimato in particolare questo pur acclamato ragazzone del Massachusetts, ma in questo film in particolare conferma una mancanza piuttosto grave nella creazione di empatia. Assomiglia troppo al dr. Mann di “Interstellar”, dal quale non è passato né un anno né un film; e considerando la differenza di ruolo nella storia, anche come rapporto con lo spettatore, è una mancanza piuttosto grave. In più l’espressività lascia sempre a desiderare, facendo scattare un’altra somiglianza pesante: Jason Bourne, che credo mai si potrà lasciare veramente alle spalle. E pensare che di ruoli ne ha provati parecchi, negli anni, con una varietà più che apprezzabile ma mancando quasi sempre l’appuntamento con la prestazione di qualità. Chissà, forse l’Oscar per la miglior sceneggiatura (“Good Will Hunting”) era un segno del destino, per lui come per Ben Affleck (non inferirò oltre).
Harry Gregson-Williams. Ecco da chi dovrebbe imparare Damon. L’eclettismo di questo grandissimo (e relativamente giovane) compositore è da sempre una delle sue caratteristiche peculiari e anche stavolta lavora ad un film spaziale subito dopo il docufilm “Monkey Kingdom” targato Disneynature (e che consiglio). La bravura a questo punto è innegabile, la musica (e soprattutto gli effetti aggiunti alla musica) elevano questo lavoro alle soglie dell’Hans Zimmer di “Interstellar”. Davvero gradevoli e azzeccate per toni e mood.
Lo so, questa è una recensione piena di paragoni e confronti. Ma quando due film così simili escono così vicini, è inevitabile. Se poi qualcuno si lamentasse ancora dell’esclusione dalla corsa agli Oscar per la regia di Sidley Scott… beh, qualcuno spieghi che la regia migliore del mondo conta solo fin ad un certo punto, quando il valore complessivo del film entra prepotentemente nel gioco del gradimento. Purtroppo o per fortuna.
SCARICA LA RECENSIONE IN PDF: Sopravvissuto – The Martian, 2015

Lascia un commento