LA GRANDE SCOMMESSA (2015) – Recensione

La Grande Scommessa, USA, 2015. Diretto da A. McKay, scritto con C. Randolph (dal libro di M. Lewis). Con Ryan Gosling, Christian Bale, Steve Carell, Rafe Spall, Brad Pitt, Melissa Leo. Musiche originali di N. Britell. Durata: 130′. Rated: R.

Poche parole di trama stavolta: qualcuno aveva previsto la crisi del 2007/2008 e riuscì ad agire in modo da specularci sopra ed a guadagnarci parecchio. Raccontata in stile quasi documentaristico.

La Grande Scommessa

Tre righe e forse ho già trovato l’arcano.

“La Grande Scommessa” è un film che non convince, per molti aspetti, nonostante una puntualità narrativa ed prove recitative convincenti. La verità è che Adam McKay, già autore e regista televisivo ma poco avvezzo al cinema ‘tradizionale’ (escluse le poche commedie demenziali con Will Ferrell), prova a compiere un lavoro diverso dal solito, altamente innovativo e, per questo, apprezzabile, ma allo stesso tempo lo fa con un argomento ed una storia tra i meno adatti, tanto da mandare in confusione lo spettatore medio dopo pochi minuti. Il linguaggio a livelli da facoltà di economia e commercio non è comprensibile ai più e un film non capito è un film non piaciuto, fine della storia.

A livello di stile, dicevamo: un finto documentario. Non che non vada di moda il mockumentary, in questi anni, ma “La Grande Scommessa” non lo è e non vuole nemmeno esserlo… per lo più. Poi però McKay si scorda con chi ha a che fare e invita i protagonisti a recitare brevi battute alla telecamera e allo spettatore, perdendo di vista il racconto oggettivo (che sembrerebbe caratterizzare il resto della narrazione) e scompaginando una sceneggiatura che, per quanto difficile, è ben scritta e soprattutto molto coerente. Brevi passaggi e poi si ritorna alla situazione iniziale, di ripresa non invasiva. Almeno fossero frequenti e un po’ più lunghi, questi passaggi sarebbero, secondo me, parzialmente giustificabili.

In tutto ciò, poco possono i grandi attori che McKay ha voluto per questo… mockumentary (?). Da Brad Pitt a Ryan Gosling, fino a Steve Carell e Rafe Spall si salvano tutti fin quando devono recitare una parte (tra l’altro Pitt, per fortuna, non parla mai in camera); l’unico che si eleva sopra il pur buon livello di questo cast dalle enormi potenzialità non sfruttate è Christian Bale, all’ennesima trasformazione riuscita in un Michael schizofrenico e pazzoide, il più originale ed il meglio scritto dei personaggi.

Non si può dire molto di più, anche perché a livello musicale vi sono parecchi stili per diverse situazioni ma non c’è una vera e propria colonna sonora, quanto una ripresa di canzoni e musiche da appoggiare sulla storia senza nemmeno grossi tagli o adattamenti. Nicholas Britell, si può fare di più (e lo ha fatto, vedi la collaborazione con Hans Zimmer in “12 Anni Schiavo”).

Tutto qui. Tanto rumore, a mio avviso, per nulla. E i numerosi premi e candidature ottenute non traggano in inganno, non è un film da grande pubblico. Tanto per citare un altro esempio recente: “Crash” (2005) docet.

 

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