REVENANT – REDIVIVO (2015) – Recensione

Blood lost. Life found. (Sangue perduto. Vita trovata).

Revenant – Redivivo, USA, 2015. Diretto da A. G. Iñárritu, scritto con M. L. Smith (in parte tratto dal romanzo di M. Punke). Con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter. Musiche originali di R. Sakamoto e C. Nicolai. Durata: 156′. Rated: R.

Hugh Glass è un esploratore, aggregato con suo figlio come consulente sul territorio ad una spedizione alla ricerca di pellicce nelle montagne del North Dakota. Già impopolare tra molti dei suoi compagni,  a seguito di un terribile attacco da parte di un orso viene lasciato in carico a John Fitzgerald, mentre altri si affrettano verso la base per cercare aiuto. John però non vuole rischiare un ennesimo attacco da parte dei nativi locali, così lascia il morente Hugh in balia di se stesso, dandosela a gambe. Ma Hugh è un osso duro e un uomo spinto dalla vendetta è capace di tutto…

The Revenant

Cosa non si fa per l’Oscar. E non parlo solo di DiCaprio. Dopo l’acceso dibattito scatenato con “Birdman” lo scorso anno, film o amato o odiato senza mezze misure, ecco l’ennesima prova di stile di Iñárritu, che decide di accantonare tutto ciò che fa di un film un successo di pubblico per dedicarsi allo studio sempre più raffinato dell’estetica registica, di cui, sicuramente, è ormai uno degli esponenti più illustri insieme a Malick e Gilliam. Purtroppo per lui, quando in tutto ciò si inserisce la produzione, che sicuramente si aspettava ben altro e come tale aveva creato un’attesa enorme, e soprattutto un attore alla ricerca definitiva della consacrazione, anche in questo caso supportato da un’aspettativa infinta, ecco che la delusione finale è ancor più cocente perché inaspettata.

I ritmi bassi sono un problema indubbio, ma prevedibile; allo stesso modo, la storia un po’ banale poteva non mettere a repentaglio la riuscita generale del film. Invece. Invece per l’appunto Iñárritu abbandona lo script a metà, dopo l’attacco dell’orso diciamo, imbraccia la telecamera e punta tutto sui paesaggi, sulla fotografia a luce naturale (magnifica, a dir poco) e sullo stesso DiCaprio, che nonostante le prove alla Bear Grylls, non splende.

Già, il nostro Leo questa volta delude. Parliamoci chiaro, la sua è una prova ai limiti della sopportazione umana, se avete voglia e tempo di andare a leggere tutto quello che di assolutamente vero ha girato, ma benché credibile ed empatica, la sua recitazione è stavolta monotona e lontana dai fasti di “The Wolf of Wall Street” o anche solo di “Django Unchained”. E se quest’anno vincerà l’Oscar, sarà solo per i meriti accumulati negli anni, non certo per questo Hugh Glass. Di contro, anche Tom Hardy non splende come suo solito, regalando un John piuttosto cupo e altrettanto mono-emotivo, così che il lunghissimo duello tra i due personaggi sia quantomeno bilanciato. Ed anche questo non è esattamente un pregio. Per quanto breve, mi è piaciuta di più la prova di Domhnall Gleeson, che forse ha più spazio degli altri nell’elaborazione del suo capitano Henry (quantomeno a livello emotivo), e anche Will Poulter conferma una crescita che, lentamente, lo sta conducendo fuori dalla carriera fatta di ‘teen-movie’ e simili per arrivare ad un livello recitativo più dignitoso.

Ryuichi Sakamoto, tornato a lavorare per lo più in patria dopo l’Oscar per le musiche de “L’Ultimo Imperatore”, sfigura meno di altri reparti, condendo un susseguirsi di scene e di immagini lente con un pathos degno di ben più alte sceneggiature. Lavoro gradevole, per il quale va dato merito anche a Carsten Nicolai, neofita del lungometraggio di cui magari sentiremo parlare ancora.

In sostanza: una gran delusione, se non altro dal punto di vista strettamente dell’intrattenimento; Iñárritu si conferma gran maestro della regia ma sceneggiatore mediocre; forse, semplicemente, gli basta la sua classe di regista e del resto gliene importa poco o nulla. Forse, ma è comunque un atteggiamento che potrebbe ammazzare per sempre i sogni di Oscar all’eterno redivivo DiCaprio.

 

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