Youth, Italy/France/Switzerland/UK, 2015. Scritto e diretto da P. Sorrentino. Con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda. Musiche originali di D. Lang. Durata: 124′. Rated: R.
Un direttore d’orchestra e compositore in pensione, Fred, un regista caduto nel dimenticatoio, Mick, e una serie di strani personaggi affollano una rinomata pensione Svizzera. I due anziani signori, amici da sempre, hanno forse un’ultima occasione di sentirsi ‘giovani’, ma mentre Mick la cerca remando contro anche ai propri produttori, per Fred la consacrazione sembra essere a portata di mano, se non che è egli stesso che la rifiuta senza fornire spiegazioni…

Paolo Sorrentino si è abbonato a questo tipo di cinema? È una domanda, credo, legittima, ma a cui una risposta affermativa risulterebbe fonte di delusione. Dopo aver portato l’Italia all’Oscar con “La Grande Bellezza”, acclamato più all’estero che nel nostro Paese, questo nuovo tentativo di esplorare personalità decadenti in un’ambiente controproducente e alienante non può avere la stessa forza, la stessa riuscita. E, infatti, è un film che ancora più del precedente respinge il grande pubblico cinematografico italiano. Il che non è necessariamente un bene, ma è un dato di fatto.
D’altronde che sia un grandissimo regista è innegabile. Senza la maestosità di Roma, stavolta, ma con un asso nella manica da giocarsi in Venezia, Sorrentino ipnotizza e incanta con immagini mozzafiato, quello che, in un certo senso, è lo spirito del cinema: fotografia in movimento. La carrellata verso il basso con protagonista il monaco (per evitare spoiler non preciso oltre), verso la fine del film, è un vero capolavoro.
Peccato che i film se li scriva pure. Ed è lì che il suo ego cervellotico prorompe in modo esagerato: se infatti l’accademia in fatto di impatto visivo è una dote, quando si scrive un prodotto di intrattenimento bisogna pensare che la gente, dopotutto, vuole rilassarsi e divertirsi. E se c’è un messaggio, un contenuto anche importante, da passare, esso deve in qualche modo essere mitigato, preso con un panegirico, lasciato ad alcuni momenti o personaggi. Sorrentino invece sembra quasi voler imitare il linguaggio filosofico, altolocato, arzigogolato: una matassa difficilmente sbrogliabile dalla grande maggioranza degli spettatori. E non avendo l’incanto dominante di Roma, anche all’estero non è bastata la grandiosità visiva per ottenere un successo anche solo lontanamente paragonabile al suo lavoro precedente.
Dal punto di vista del cast, invece, le scelte sono azzeccate: dopo molti anni da co-protagonista, finalmente possiamo godere di un Michael Caine protagonista. E Fred non è un personaggio facile, per nulla: aver resistito in più occasioni alla tentazione di presentarci un protagonista troppo deluso da sé stesso e dalle persone che lo circondano, trova lo spirito per dare vita propria alla battaglia interiore del compositore, che deve decidere se lasciare o meno andare il proprio lavoro in una direzione che lo superi. Accanto a lui, Harvey Keitel rischia di sfigurare, ma d’altronde è Mick che è un personaggio molto più, per così dire, leggibile, sia dallo spettatore che dall’attore che lo impersona: poco spazio all’interpretazione, quindi, e personaggio riuscito ma nella sua banalità o forse, meglio, della sua pochezza interiore e mancata capacità di valutazione.
È perfetta, invece, e tende ad assumere troppa importanza rispetto alla fetta di storia che la concerne Rachel Weisz, attrice dal talento ancora tutto da scoprire dopo un inizio di carriera un po’ sottotono ed una maturità che sta arrivando con buoni riscontri critici, anche grazie al giro di boa con “The Constant Garden”, del 2005, con cui vinse l’Oscar (e il Golden Globe) come miglior attrice non protagonista. Per Paul Dano, invece, si tratta di una vera e propria rivelazione: una gavetta lunghissima, qualche film di spessore ma mai con questa sicurezza; sa dare spessore ad un personaggio che, di suo, è poco più di un gregario (Jimmy).
Irriconoscibile, ma solo dall’aspetto, Jane Fonda. Una comparsata e poco più la sua, ma fa piacere vederla ancora in forma, dopo qualche passaggio a vuoto nel recente passato (“Quel Mostro di Suocera” su tutti).
Ah già, dimenticavo. Ma… Maradona? Perché? Cioè, capisco i riferimenti alla vita reale, ma la parodia è poco simpatica e soprattutto inutile e fuorviante. Al limite della tristezza.
All’altezza dell’immagine che costruisce Sorrentino, ancora una volta, il lavoro di David Lang: le composizioni del protagonista, cosiddette “Simple Songs”, potevano benissimo essere citate come grandiose evitando accuratamente di farle sentire; invece, sul finale dalle tinte nostalgiche, l’esecuzione mette quasi i brividi. Bellissimo momento di cinema.
Perché Sorrentino voglia sempre strafare, non si capisce proprio. Stavolta, davvero, annoia quasi tutti, senza soddisfare che i cineasti più fini. Speriamo in un futuro più… leggero, anche perché è il pubblico che lo chiede (Checco Zalone docet, purtroppo ma anche per fortuna).
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