PAN – Viaggio sull’Isola che non c’è (2015) – Recensione

Every legend has a begining. (Ogni leggenda ha il suo inizio).

Pan, USA/UK/Australia, 2015. Diretto da J. Wright, scritto da J. Fuchs (dai personaggi di J.M. Barrie). Con Hugh Jackman, Levi Miller, Garret Hedlund, Rooney Mara, Amanda Seyfried. Musiche originali di J. Powell. Durata: 111′. Rated: PG.

Come nasce la leggenda di Peter Pan? Da dove viene il ragazzino che non cresce mai? Come si sono conosciuti lui e gli altri personaggi dell’Isola Che Non C’è? Merito/colpa di Barbanera, pirata che imperversa sull’isola alla ricerca della polvere di fata per restare eternamente giovane. Ma il figlio di una grande guerriera e del principe delle fate, messo in salvo in un orfanotrofio da neonato, sta per tornare, determinato a conoscere il suo passato…

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Un film evidentemente nato sotto una stella. La seconda a destra. Stavolta, però, è una cattiva stella, almeno a giudicare dallo scarsissimo successo al botteghino e dalle recensioni piuttosto negative. Eppure, secondo me, le carte in regola le aveva tutte. Fino alla fine.

Joe Wright, già noto al grande pubblico per la sua passione per la letteratura (da “Anna Karenina” a “Orgoglio e Pregiudizio”), stavolta affronta una missione diversa, provando a reinterpretare i personaggi già noti e affrontati da una serie di film e cartoni di notevole successo. Soprattutto, a parte la versione disneyana del 1953 ed il live action del 2003, “Pan” entra in competizione con un prodotto molto più recente e acclamato, “Neverland” di Marc Forster, in cui Johnny Depp indaga le origini del romanzo con un intensissimo J.M. Barrie. Il tentativo di far vivere i personaggi di vita propria, tralasciando la creazione autoriale, alla fine cozza pesantemente sulla credibilità complessiva, e non solo per la scelta, discutibile ma non bocciata a priori, della parvenza di relazione tra James Hook e Giglio Tigrato.

A livello di sceneggiatura, infatti, quadra tutto nel contesto del film: i colpi di scena, i cliffhanger, dialoghi pimpanti e per fortuna poche frasi fatte o stereotipi. Ciò che manca, alla fine (e qui purtroppo un breve spoiler è inevitabile) è ciò che il pubblico aspetta di più, ossia le origini dello scontro e della nemesi Peter Pan/Capitan Uncino. Anzi, peggio che peggio, la conferma di una relazione di amicizia intesa per durare per sempre. Peccato.

Anche a livello di immagine la realizzazione è notevole, ma manca di qualcosina. Se la spettacolarità infatti non manca, ed i colori marcati non fanno che aumentare il lato onirico dell’ambientazione, alcuni dettagli come le bolle d’acqua al primo arrivo e le sirene vengono accennati e basta, lasciando con un palmo di naso chi si aspettava qualcosa in più. Bellissima, invece, la resa del regno perduto delle fate e del suo ingresso.

Capitolo cast: segnalando come inevitabilmente senza voto il cammeo di Amanda Seyfried nei panni di una giovanissima madre di Peter, i ruoli azzeccati per tutti contribuiscono alla sensazione di amaro in bocca complessivo. Hugh Jackman è palesemente il mattatore assoluto, anche perché più libero nella creazione del suo Barbanera: divertente e sfrontato, segnato profondamente da un conflitto interiore che si palesa ad ogni battuta con un’espressione diversa, trascina da solo tutte le scene in cui appare. Allo stesso tempo, un giovane ed ancora ‘buono’ Hook è una riuscita interpretazione per il promettente Garret Hedlund, comprimario di lusso in produzioni del calibro di “Troy” e “Unbroken”, potrà ritagliarsi maggiori spazi se non fallirà nella prossima scelta del film. Peccato anche per Rooney Mara, che sicuramente non raggiunge le sue interpretazioni di punta (già nominata all’Oscar per un altro film snobbato dalla critica, “Uomini che Odiano le Donne” nella versione americana di David Fincher) ma che offre la sua personale ma brillante versione di Giglio Tigrato, più indipendente e aggressiva che mai ma con un animo sensibile e generoso.

Infine, Levi Miller. Due episodi televisivi, due corti ed un ruolo ‘uncredit’ non bastano, ed infatti la campagna pubblicitaria lo definisce come ‘esordio’: eppure il giovane Levi si dimostra già piuttosto a suo agio sul set, con una padronanza espressiva non indifferente ed una vivacità che non può che giovare al suo Peter. Vedremo se il futuro ci riserverà delle sorprese.

Leggermente sottotono, ma si parla comunque di un livello alto, John Powell: scelta comprensibile, vista la lunga esperienza nel campo dell’animazione (Dreamworks), sembra a volte voler strafare, dando la sensazione di mettere in confusione scene altrimenti girate e montate con sapienza per non esserlo.

 

SCARICA LA RECENSIONE IN PDF: Pan, 2015

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