It takes a pair to beat the odds. (Love is all we need).
50 e 50, USA, 2011. Diretto da J. Levine, scritto da W. Reiser. Con Joseph Gordon-Levitt, Seth Rogen, Anna Kendrick. Musiche originali di M. Giacchino. Durata: 100′. Rated: R.
Una coppia apparentemente felice, formata da due ragazzi completamente diversi, Rachel ed Adam: lei aspirante pittrice dal carattere esuberante, lui un giornalista radiofonico dall’animo gentile e disponibile. Sembrerebbe un incipit di una storia positiva, ma improvvisamente il ragazzo scopre di avere un cancro alla schiena, ed anche già di dimensioni notevoli. Con il migliore amico Kyle, forse inconsapevolmente egoista ma infondo disposto a tutto pur di aiutarlo, riesce a superare il tradimento della ragazza che non riesce a digerire lo shock della notizia; e nella sua vita, o in quello che molto serenamente pensa gli resti, entra più del dovuto anche la giovanissima dottoressa/psicologa Katherine…

50 e 50. 50%. Espressione famosa in Italia dal quiz di Scotti, questa espressione assume qui una connotazione decisamente diversa: la probabilità di sopravvivere di Adam. È incredibile la capacità di questo film di fondere momenti di estrema leggerezza, anche in passaggi non facili, ed invece scene che esplicitano tutta la crudezza che meritano. Merito di tutto il cast e non solo: tutto più che positivo. Nel filone dei film sulle malattie, ed in particolare sul cancro in quanto difficilmente curabile, questo film viene nello stesso anno di Restless, dai toni molto più cupi e, infondo, con la sostanziale differenza di costruzione, dai personaggi alla storia.
Ed allora, se questa sarà una recensione in cui i complimenti saranno abbondanti, i primi e sinceri vanno al regista, Jonathan Levine, giovanissimo regista (classe 1976) che ha già un curriculum di tutto rispetto, con il premio del pubblico al Sundance Film Festival del 2008 con “Fa’ La Cosa Sbagliata”, da lui scritto e diretto. Questo terzo lungometraggio per il grande schermo è studiato nei minimi dettagli, con dei dettagli molto caratterizzanti di emozioni e passaggi della storia, e una bella gestione dei campi, mai troppo inutilmente affollati. Il vantaggio, da questo punto di vista, è un cast davvero ridotto ai minimi termini nel numero.
Giovanissimo ed alle prime armi di sceneggiatore Will Reiser, che da solo (da sottolineare, visto le scritture a più mani che si trovano spesso nel cinema contemporaneo) trae da una storia vera un film di davvero grande livello, in cui anche le battute e le espressioni sono molto curate e dànno al film quella naturalezza di cui ha bisogno per none essere pesante dove non è necessario (cioè tutto il film, ultimi venti minuti esclusi). E poi ci sono dei passaggi davvero emozionanti come divertenti, lenti come veloci. E moltissime scene “corte”, sicuramente scelta che, sebbene pericolosa, aiuta sempre se riesce: e questo è il caso.
Ma chi, come il sottoscritto, vede questo film dopo aver visto Joseph Gordon-Levitt in solo ruoli di personaggi forti o comunque in contesti d’azione (vedi il Batman di Nolan, capitolo 3, o “Inception”), deve ricredersi. Adam sembra scritto su di lui. Nel suo aspetto giovanissimo (rispetto alle produzioni citate), cresce insieme al suo personaggio in un carattere sì calmo e riflessivo, ma infondo anche impaurito, in un contesto, come quello del cancro, che rischia di portare a gesti avventati ma che Adam riesce a gestire con un autocontrollo magari solo di facciata ma notevole. E far trasparire tutti questi contrasti emotivi in meno di due ore di film, beh, è davvero notevole. Accanto a lui spicca Anna Kendrick, vittima del magna-magna di giovani talenti attuato dalla produzione di Twilight ma che con questa è già alla seconda grande interpretazione da comprimaria della sua breve ed appena iniziata carriera, con un ruolo, quello della ragazzina nuova del mestiere ed emotivamente insicura che le si confà davvero. La sua caparbia presenza in “Up in the Air” a fianco di uno dei migliori Clooney di sempre l’ha lanciata e le dona la consapevolezza di poter gestire al meglio la sua Katherine. Brillante è un aggettivo che, per una volta, userei con sicurezza.
Michael Giacchino è l’ultimo della lista, ma a lui va gran parte del merito. La precisione di climax nei momenti topici è davvero toccante e l’emozione di alcune scene è notevole anche grazie al suo estro, già ammirato e premiato in “Up”.
Adatto a mio parere anche ad un pubblico più giovane, nella sua semplicità rimane impresso ed entra nella storia dei “cancer-movies” come uno dei migliori, anche per il candido velo, a volte anche troppo spesso, che pone tra lo spettatore e la tragedia che si consuma. Ed il finale, pur crudo e vagamente melenso, è tutto da vedere. Due nomination ai Golden Globes e nessuna agli Oscar non è un bottino adeguato.
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