SI PUÒ FARE (2008) – Recensione

Da vicino nessuno è normale.

Si Può Fare, Italia, 2008. Diretto da G. Manfredonia, scritto con F. Bonifacci. Con Claudio Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston. Musiche originali di A. de Scalzi e Pivio. Durata: 111′. Rated: ?.

Nell’Italia degli anni ’80, Nello è un uomo di ‘sinistra’, seguace di Berlinguer ma ancora alla ricerca di una vera identità personale, soprattutto nella sua ambigua opinione verso il mercato, ostracizzato da vero uomo di sinistra ma allo stesso tempo accettato come arma nei suoi tentativi di modernizzazione del sindacato per cui lavora. Esiliato per questa ambiguità, si ritrova a dirigere una cooperativa tutta particolare, in cui i ‘soci’ sono ex pazienti degli ospedali psichiatrici da poco chiusi per effetto della legge Basaglia. Nel suo tentativo di costruire un rapporto con queste persone, Nello decide di fare a modo suo, considerando per la prima volta quei matti come persone dotate di potere decisionale, come in una cooperativa vera. In questa sua personale battaglia, contro l’opinione comune e contro lo stesso responsabile medico del centro, Nello si ritroverà ad affrontare problemi e a regalarsi soddisfazioni, anche se, prima o poi, si ritroverà faccia a faccia con la sua inesperienza nel rapporto con i malati di mente.

Si Può Fare (2008)

Chi paragona questo film a “Qualcuno volò sul Nido del Cuculo”, forse, non ha tutti i torti. Certo, il paragone è azzardato, il film di Forman, anche grazie ad uno straordinario Jack Nicholson, riuscì a portarsi a casa 28 premi tra Oscar, Golden Globes e simili. Eppure Giulio Manfredonia e Claudio Bisio, in questo film coraggioso e senza freni, danno il meglio di sé, dando vita ai loro migliori lavori e costruendo, nella complesso, una vera perla del cinema italiano recente. Già dall’inizio, veloce e decisamente coinvolgente, veniamo calati nella Milano del 1983, con costumi, ambientazione e frasi, apparentemente fin troppo scontate, che aiutano una collocazione spazio-temporale quanto mai precisa e fondamentale ai fini della trama stessa. È infatti importante, guardando il film, capire la realtà delle cooperative sociali, nate proprio in quegli anni per effetto della legge Basaglia; la legge 180 (numero che ritorna nel film) del 1978 prevedeva infatti la chiusura progressiva dei manicomi per introdurre il cosiddetto ‘trattamento sanitario obbligatorio’ a livello pubblico. Come lo stesso promotore della legge disse, « Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione». Questa affermazione riassume, o meglio ha fornito lo spunto ideale per il motto di Nello che dà il titolo al film, ovvero ‘Si Può Fare’. Da questo punto di vista, grande è il merito da attribuire allo sceneggiatore Fabio Bonifacci, per il quale è stato proprio questo il lavoro che ne ha riconosciuto le capacità portandolo, negli anni successivi, ad una stretta collaborazione con il protagonista Claudio Bisio.

Proprio attorno a Bisio, a questo punto, deve obbligatoriamente girare l’analisi del film. Se lui stesso ha definito questa come la prova più riuscita della sua carriera, un motivo ci sarà. Ed infatti, dopo un lungo curriculum di ruoli per lo più comici, non vi è traccia, in questo film, di comicità; o, per meglio dire, del Bisio comico. Il film infatti ruota attorno ad una lettura leggera dell’argomento, quella leggerezza che mancava, almeno in questa misura, al film di Nicholson. Eppure, in questa occasione, il comico milanese regala una recitazione emotiva e coinvolgente, in una storia che è molto più monografica di quello che sembra e lo è proprio grazie a lui ed alle sue capacità da attore drammatico consumato. Accanto a lui, d’altro canto, il cast dei ‘matti’ è variegato e ben equilibrato, realizzato grazie a consulenze specifiche che aiutano a presentare le malattie mentali più diverse nelle loro forme più diverse. Più conosciuti o meno, gli attori che, dopo mesi di studio, hanno prestato volti, voci e soprattutto sguardi ai ‘soci’ della Cooperativa 180 forniscono prove di grande impatto emotivo, soprattutto per chi, al giorno d’oggi, non ha che intravisto, nei casi migliori, la difficoltà di queste persone nella vita reale.

Penalizza un po’ il film una colonna sonora ripetitiva e snervante, con un incessante uso di Bennato e della sua “L’Isola Che Non C’è” e di un paio di temi opera di Pivio e Aldo de Scalzi, i cui curricula sono sì lunghi ma privi di opere memorabili; di certo, hanno fatto meglio nel passato (e magari faranno meglio in futuro).

Un film, questo, che va visto; ma va visto con cognizione di causa, uno di quei film che ha bisogno di coinvolgimento, perché quando un lavoro, per di più socialmente utile, riesce così bene, è davvero doveroso dedicargli quei 100 minuti di attenzione che si merita.

 

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