Meet the little voices inside your head. (Tutti abbiamo delle vocine nella testa).
Inside Out, USA, 2015. Diretto da P. Docter, scritto con R. Del Carmen, M. LeFauve, J. Cooley, con le voci di Amy Poehler, Phyllis Smith, Bill Hader, Lewis Black, Mindy Kaling, Richard King. Musiche originali di M. Giacchino. Durata: 94′. Rated: PG
Riley è una normalissima bambina di 11 anni, la cui vita viene improvvisamente scossa dalla decisione della famiglia di trasferirsi dal Midwest a San Francisco: cosa succede nella sua testa? Gioia, Tristezza, Rabbia, Disguto e Paura ci guidano e ci fanno esplorare, fino nel più profondo dei pensieri, la mente umana e cosa succede quando qualcosa ci emoziona.
L’introspezione è qualcosa di strano. Di difficilmente raccontabile. Emotivamente, guardare dentro una persona, conoscerne i sentimenti, può sembrare un atto troppo invadente ed invasivo, quasi la violazione di qualcosa di sacro. La delicatezza ed il tocco sensibile della Pixar, invece, continuano a stupire. Un film del genere, per quanto animato, è palesemente adulto: quasi troppo, ed è forse l’unica pecca di questo capolavoro del cinema d’animazione.
Pensandoci bene, infatti, Inside Out è il più maturo ed il più impegnativo film della Pixar, ancor più del pur bellissimo Wall-E che, nella sua complessità, era comprensibile anche ad un pubblico di bambini. Qui invece le gag dei personaggi, i colori vivaci, il linguaggio semplice non bastano per permettere ad un piccolo spettatore di avere la visione d’insieme del messaggio del film. Certo, la storia, in fin dei conti, è semplice: Gioia, che fino agli 11 anni di Riley ha avuto il ruolo da protagonista quasi assoluta, deve riconoscere l’importanza delle altre emozioni, quelle conosciute e quelle meno, ognuna con la sua caratteristica importante ed unica. Il lavoro di Pete Docter e compagni è però più pesante, andando a costruire un immaginario (pur per macro-categorie) di tutto ciò che psicologi e pensatori hanno da sempre provato ad indagare e che nessuno, probabilmente mai, potrà conoscere con certezza; la coerenza e la completezza del progetto è minata solo dalla pur ovvia iper-semplificazione delle emozioni, per cui le ‘magnifiche cinque’ che compaiono devono, in qualche modo sopperire all’assenza di altre più specifiche, come l’amore, il desiderio e, soprattutto (come detto da tantissimi critici) del giudizio: inserite trasversalmente in tutti i personaggi della mente, danno un’ ‘emotività’ anche alle ‘emozioni’.
Un punto assolutamente a favore della riuscita del film è l’ottimo casting vocale: Amy Poehler, l’unica vera star, è una perfetta Gioia, ma Richard Kind/Bing Bong è la vera gioia da sentire: il divertimento e la passione si sentono lontano un miglio. Buone ed efficaci anche le voci delle altre emozioni, con Lewis Black particolarmente azzeccato per Rabbia.
Michael Giacchino ormai non ha più bisogno di presentazioni e pesca l’ennesimo jolly in collaborazione con la Pixar continuando a dimostrare un’invidiabile versatilità: d’altronde, se uno ci sa fare con il cinema per adulti (Super 8, Star Trek, Jurassic World) e con quello per bambini (Gli Incredibili, Up) un film così sembra, per lui, una ‘semplice’ fusione dei due generi. E dare il giusto tono ad un film che, in un certo senso, non sa nemmeno lui a che è diretto, non è per niente semplice.
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