Latin Lover, Italia/Francia, 2015. Diretto da C. Comencini, scritto con G. Calenda, con Toni Bertorelli, Angela Finocchiaro, Neri Marcoré, Virna Lisi. Musiche originali di A. Farri. Durata: 104′. Rated: ?
Saverio Crispo è stato un grande attore del grande cinema italiano nei decenni centrali del ‘900 ma dalla vita privata movimentata: mogli e e figlie, sparse nei diversi paesi in cui ha lavorato, si ritrovano per il decennale della sua morte nella vecchia casa di famiglia, nel paesino in cui si tengono manifestazioni per celebrare il famoso concittadino. Ma tra le donne non corre buon sangue e, se a volte bastano due giorni per risanare dei rapporti, altre basta molto meno per distruggerne altri molto più importanti e duraturi.
Luoghi comuni e stereotipi con cui giocare. Questo, in sintesi, il nuovo film di Cristina Comencini, sicuramente non al massimo del suo splendore e (giustamente) fatta fuori dalla corsa agli Oscar 2016 (in attesa di valutare il candidato italiano “Non Essere Cattivo, ovviamente).
Fin dall’inizio, l’accozzaglia di personaggi dagli accenti più vari mostra, senza grossi dubbi, la volontà di dare una caratterizzazione forte, anche se scontata, ad ognuno: la madre e figlia spagnola, quasi logorroiche e sempre a beccarsi, la depressa attrice francese sempre in cerca di attenzioni, la sorella maggiore, italiana ed apprensiva e la piccola svedese, che arriva sottotono per creare scompiglio. Per non parlare del ramo americano, solo citato e lasciato poi ad aleggiare come tremebonda presenza fino alla fine della storia.
Questa, ad essere sinceri, procede in modo abbastanza scorrevole e, a tratti, piacevole: con ambientazioni della campagna laziale estremamente accattivanti per il pubblico del cinema ‘impegnato’ italiano e dialoghi piuttosto incisivi e credibili questa allegra (ma non troppo) accozzaglia familiare si ritrova a vivere un’intensissima due-giorni, narrata senza grossi salti temporali e con un buon ritmo.
Anche l’apparizione progressiva degli ‘altri’ personaggi, per quanto scontati nelle modalità e negli effetti sulla trama, sono abbastanza ben inseriti nel contesto narrativo, pur non creando quel pathos e quei climax d’attenzione che, forse, avrebbero potuto permettere il salto di qualità al film intero.
Tocchi, pochi, di genio artistico riguardano solo l’apertura e chiusura (letterale) del film, dove non vi è il solito sipario teatrale o le solite luci della sala, ma la semplice quanto profonda metafora delle finestre, che si (ri)aprono, si chiudono e lasciano, a volte, spiragli impensati.
Parte delle pecche può essere attribuita ad un cast non omogeneo e caotico: nella confusione generale, in cui la maggior parte degli attori si esprime a livello mediocre e, anche per la grande maggioranza di scene corali scarsamente impegnative, non riescono ad esprimersi su livelli consoni, emergono sono Angela Finocchiaro, sicuramente azzeccata nel ruolo che la conferma attrice dalle notevoli doti drammatiche (dopo un passato decisamente importante come comica), e la compianta Virna Lisi, che fa la sua ultima apparizione in questo film risultando efficace ed ancora capace di regalare emozioni anche lì dove il film non sembrerebbe in grado di darne.
Sottotono, e dispiace un po’, Neri Marcoré, che, relegato ad un infimo ruolo da comprimario fino a due terzi del film, esce con scarso risultato nel finale.
Dubbia, d’altronde, risulta anche la scelta del finale, che non si svela, ma che ha a che fare ampiamente con la colonna sonora del film che, per quanto possa dare un’atmosfera appropriata ad alcune scene, risulta per lo più ripetitiva e noiosa, tanto da far appunto scemare l’attenzione per il finale in cui anche le doti canore di due dei personaggi vengono presentate (si sarebbe volentieri fatto a meno di una delle due).
Da un’idea anche originale questo film rischia più spesso che no di cadere nella trappola del ‘gossip-time’, in cui la vita privata del ‘fittizio’ attore italiano importa sempre un po’ di più del suo lavoro. Certo, è difficile capire a chi dei grandi attori che avevano lavorato con l’immenso papà Luigi la regista abbia voluto ispirarsi, magari ad un insieme di caratteristiche di diversi, ma l’obiettivo non dichiarato (e probabilmente nemmeno voluto) sembra comunque essere un ritratto quasi denigratorio di un periodo che ha fatto le fortune per il nostro cinema nazionale, tanto che viene da chiedersi se Cristina, in fin dei conti, non sia che una figlia ingrata dei tempi che furono invece che la degna erede di un passato che ancora ha da insegnarci tante cose.
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