PINOCCHIO (2002) – Recensione

La grande avventura della vita.

Pinocchio, Italia/USA/Germania/Francia, 2002. Diretto da R. Benigni, scritto con V. Cerami (dal romanzo di C. Collodi). Con Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Carlo Giuffrè, Kim Rossi Stuart, Max Cavallari, Bruno Arena. Musiche Originali di N. Piovani. Durata: 108′. Rated: G.

La storia è quella che tutti conosciamo il burattino ‘bambino’ Pinocchio, monello e disobbediente, si caccia in mille guai prima di poter capire dove sta il giusto e, con il tempo, diventare un bambino vero.

Pinocchio (2002)

Ok, ‘bambino’: rinuncerò a criticare la scelta di far interpretare Pinocchio ad un cinquantenne. Però…

Però. Il film si presenta benissimo: rispetto a tante altre trasposizioni del famoso romanzo per bambini di Collodi, questo ha davvero una carrozza trainata da topolini, Melampo che è (quasi) un cane e una fata dai capelli turchini bella e dolce, ma con il dono della parola (oltre che dell’ironia).
In più, Geppetto è povero, Mangiafuoco starnutisce e si rabbonisce, il pescecane è tale e quasi tutte le avventure sono simili, se non identiche, a quelle descritte nel libro.
Purtroppo i meriti della pellicola finiscono qui. Mi spiego.

La sceneggiatura, come intuibile, è pregevole per similarità con il romanzo, importantissima visto soprattutto l’origine toscana del comico che lo interpreta, ma anche per intensità, che non cede quasi mai al racconto e ai voli pindarici delle descrizioni, lasciati ad una fotografia di fatto molto ‘costruita’, in senso artificioso, ma che colpisce l’immaginario dello spettatore di ogni età. Il budget più alto della storia del cinema italiano aiuta. Ma Benigni, che da buon toscano ci tiene a fare le cose per bene, esagera con il cast: già solo il progetto, nato da un’idea nientemeno che di Federico Fellini in persona, non può basarsi su un burattino di cinquant’anni. Ops, avevo detto che non l’avrei criticato.

Nicoletta Braschi. La fata più bella (in senso scenico) della storia delle trasposizioni è anche la più insulsa a livello recitativo. Piatta, senza passione, troppo… finta. E sì che è una favola, per stonare in questo modo ci vuole impegno, forse più di quanto ce ne sarebbe voluto per fare una fata Turchina con tutti i crismi. Kim Rossi-Stuart è il modo migliore per avere un Lucignolo adeguato all’età del Pinocchio, ma è comunque una delle punte più basse della sua carriera; d’altronde, né lui né gli altri ‘bambini’ rendono a dovere la spensieratezza e l’ignoranza del mondo propria dei più piccoli.
Ancora: Peppe Barra, come Grillo, non è nemmeno verde. Nemmeno vestito di verde. Ed è decisamente troppo, troppo spocchioso e anti-protagonista. E Carlo Giuffrè, Geppetto? Va bene la parrucca gialla, ma per il resto sembra non poter nemmeno lontanamente reggere i ritmi di un figlio, figuriamoci di uno iperattivo come Pinocchio. Per fortuna, appare poco, centellinato lì dove serve, nulla più. Ma il peggio arriva con i Fichi d’India, il Gatto e la Volpe: le caricature sono eccessive, lo stile è il loro, inconfondibile, con battute sovrapposte e ripetizioni eccessive. E non solo per l’eco dei finali del Gatto sulle frasi della Volpe, che, in sé, poteva anche starci.

Musiche. “La canzone di Pinocchio”, così chiamata e cantata proprio da Benigni, è l’unica cosa sufficiente di Nicola Piovani, che dopo i fasti de “La Vita è Bella” decide di prendersi una pausa mentale e abusa del tema della canzone, facendolo diventare, a seconda dei casi, il tema principale, una musica appropriata alla dolcezza della fata come ai giochi scellerati del Paese dei Balocchi. Sempre lo stesso giro, la stessa melodia. Ma… sei veramente tu?

Giudizio finale? Negativo a dir poco. A meno che non serva per riassumere il libro a dei bambini (rigorosamente DOPO la lettura del romanzo). D’altronde, è stato stroncato in America e apprezzato in Italia: SOLO in Italia. C’è altro da aggiungere?

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